Morto padre Anton Srholec, in carcere durante il comunismo poi “padre dei senzatetto”

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A 86 anni è scomparso ieri il popolare sacerdote cattolico Anton Srholec, dopo una vita intensa che ha dedicato alle sofferenze dei più deboli. È morto giovedì mattina 7 gennaio a causa di un cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato un anno fa. Padre Srholec è stato vittima dell’oppressione politica e religiosa del regime comunista, che lo ha imprigionato e costretto per diversi anni ai lavori forzati, provocandogli serie patologie che lo hanno perseguitato per il resto della vita. Tra i protagonisti degli eventi che nel novembre del 1989 hanno portato al ritorno della Slovacchia tra i paesi democratici, Srholec era da tempo presidente della Confederazione slovacca dei prigionieri politici e partecipava in tale veste a commemorazioni ed eventi pubblici.

Nato il 12 giugno 1929 a Skalica, nella Slovacchia sud-occidentale, da una famiglia di agricoltori, fin da adolescente frequentò i padri salesiani di Don Bosco, e nel 1946 entrò nella Famiglia Salesiana per aiutare nell’educazione dei ragazzi poveri. Dopo l’avvento del regime comunista nel 1948, e la soppressione degli ordini religiosi nel 1950, nell’impossibilità di intraprendere gli studi teologici Srholec tento la fuga all’estero, come facevano anche tanti altri giovani. Ma l’attraversamento del confine con l’Austria attraverso il fiume Morava, che aveva tentato insieme a un gruppo di venti sacerdoti e seminaristi, fallì a causa della piena. Condannato a 12 anni di galera, Srholec fu rilasciato dopo 10 anni, la gran parte dei quali passati ai lavori forzati nelle miniere di uranio di Jáchymov, in Boemia. Una esperienza che lui ricorderà nel libro autobiografico “Una luce dagli abissi. Memorie di un prete nei lager cecoslovacchi”, pubblicato in italiano nel 2014 per i tipi EDB nella traduzione di Enzo Passerini.

«Ho imparato a contrabbandare pezzi di matita nella mollica del pane o nelle bustine di tabacco che poi gli amici trasformavano in fumo velenoso. Ma tutti quei fogliettini li ho persi chissà dove. Trascrivevo in cirillico testi slovacchi, parole inglesi e pensieri personali. Ma anche quei quaderni russi sono andati perduti. Come scritti sull’acqua o su un marciapiede. Il detenuto scrive sul proprio corpo con il filo spinato», dice un passaggio del libro.

antonsrholec

Dopo il carcere, dovette lavorare in fabbrica come operaio altri dieci anni. Sia in carcere che durante il lavoro in fabbrica ha sempre continuato a studiare, in particolare teologia, anche se era vietata. Mentre si trovava confinato a Ostrava poté studiare le lingue straniere, e sostenne esami di Stato per l’inglese e il tedesco. Dopo la Primavera riuscì a ottenere un permesso di studio in Italia di tre mesi,che venne poi rinnovato di un altro anno, e si laureò in teologia alla Pontificia Università Salesiana di Torino.

Fu ordinato sacerdote nel maggio del 1970 a Roma da Papa Paolo VI. E poi tornò in Cecoslovacchia, mentre molte migliaia di persone stavano cercando in tutti i modi di scappare. Non potendo servire come sacerdote, trovò un impiego come sacrestano presso la chiesa Blumental, a Bratislava, dove era particolarmente impegnato nell’accoglienza ai giovani. Ma la polizia segreta, che lo teneva d’occhio e non gradiva la sua influenza sui giovani, lo fece esiliare nel villaggio di Pernek, nella campagna vicino a Malacky, a mezz’ora d’auto dalla capitale. Qui una notte fu aggredito da sconosciuti che gli provocarono diverse lesioni, e fu salvato soltanto dall’intervento dei vicini. Fu trasferito di nuovo altrove un paio di volte, dato che molti giovani continuavano a fargli visita da Bratislava. Dopo aver preso parte all’organizzazione, nel 1985, di un grande pellegrinaggio per i giovani a Velehrad, fu rimandato a lavorare in fabbrica.

Sotto: trailer del documentario “Anton Srholec” di Alena Cermakova uscito nei cinema l’ottobre scorso

Nel 1989 andò ufficialmente in pensione, ma continuò il suo impegno in diversi settori. Con il Comitato slovacco di Helsinki per i diritti umani era occupato a difendere i diritti delle minoranze, ed era membro di diverse istituzioni e associazioni anche internazionali. Nel 1992 inizia la sua opera con i senzatetto, un lavoro che lo ha tenuto occupato fino all’ultimo e che gli ha meritato il titolo onorario di “Padre dei senzatetto”, creando il centro Resoty, nel quartiere periferico Podunajske Biskupice di Bratislava. Qui sono ospitate regolarmente 60 persone senza fissa dimora, e altre 40 vi passano alcune ore della giornata. Per il suo impegno a favore degli ultimi ha ricevuto diversi riconoscimenti, l’ultimo dei quali è stato, nel maggio scorso, il Premio Leopold Kunschak che gli è stato consegnato a Vienna dal vicecancelliere austriaco Reinhold Mitterlehner. Tra gli altri riconoscimenti, l’Ordine di Ludovit Stur di seconda classe, conferitogli dal presidente Schuster nel 2003.

Se non bastasse questo, padre Srholec si è occupato anche di giornalismo, contribuendo a vari periodici di carattere sociale, e ha scritto, o è stato protagonista, di diversi libri.

A lungo pungolo interno alla Chiesa cattolica slovacca, da una parte della quale era osteggiato e della quale rappresentava tuttavia probabilmente uno degli esempi più alti di messa in pratica del Vangelo, Srholec è stato un modello per l’intera società civile. Nel suo libro “Náš António” (il nostro Antonio) uscito appena due mesi fa, il popolare giornalista Štefan Hríb, caporedattore del settimanale .týždeň, ha scritto che Shrolec da solo «oggi ha maggiore autorità di tutti i vescovi slovacchi messi assieme».

Di padre Srholec il presidente Andrej Kiska ha detto oggi che «ha reso la Slovacchia un posto migliore e più bello». In un commento sulla sua pagina Facebook, il capo dello Stato ha affermato che «Oggi ci ha lasciato per sempre qualcuno che ha trovato Dio nei sorrisi e nelle buone azioni delle persone. Qualcuno che aveva sempre un sorriso sul volto ed era pieno di ottimismo, nonostante tutte le prove che ha dovuto sopportare. Ogni volta che mi ha abbracciato ho sentito la presa potente di un essere umano vero e ammirevole».

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Il premier Robert Fico, dal canto suo, ha commentato la scomparsa del sacerdote dicendo in una nota ufficiale che si tratta di «una perdita significativa per la vita pubblica slovacca». Numerosi sono stati poi i ricordi di padre Srholec da parte dell’intero mondo politico nel corso della giornata di ieri. Alcuni lo hanno citato come un amico, un guerriero contro l’oppressione, un eroe, o una persona unica. Quasi tutti hanno concordato sul fatto che mancherà, nella società slovacca contemporanea, il suo innato ottimismo e buonumore. “Amico” per il leader dei cristiano-democratici (KDH) Jan Figel, “combattente instancabile contro l’oppressione e il totalitarismo” per i neoliberali di Libertà e Solidarietà (SaS), che sentiranno la mancanza di un uomo che con il suo carisma ha unito credenti e non nella lotta per valori quali l’umanità, la compassione e la solidarietà. Secondo il leader di NOVA, Daniel Lipsic, Shrolec ha passato la vita intera dalla parte della giustizia, e negli ultimi anni ha dato il suo sostegno personale «alle proteste contro la corruzione, parteggiando sempre per i deboli e gli oppressi. […].Per me era un vero eroe».

Per concludere, alcuni pensieri di Anton Srholec, contenuti nel suo libro “Ako čerstvý chlieb”, che bene illustrano la sua visione della vita:

Il futuro del cristianesimo è nella sua verità.

Il cristianesimo non si discute, il cristianesimo si vive.

Io vivo in mezzo ad altre fedi, culture e tradizioni, come l’uomo Gesù. (fonte sconosciuta)

I mendicanti e gli ammalati ci mostrano che è possibile avere un destino molto più difficile da sopportare. Così da poter capire il molto che abbiamo ricevuto.

Tutto il necessario per sopravvivere lo si può avvolgere in un fagotto. (Pluska. 04/01/2015)

(La Redazione)

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Foto: Regione di Bratislava, Facebook

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