Europa campo di battaglia tra USA e Cina?

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Alle ore 15:00 del 13 novembre, a poche ore dall’attentato a Parigi, i database finanziari di tutto il mondo pubblicavano le vendite al dettaglio americane del mese precedente. Nell’anno, esse erano diminuite del 2,8 per cento, ma il dato clamoroso fu un altro. Il dipartimento del commercio comunicava che il rapporto tra scorte e vendite era ai massimi dal 2009 (in piena crisi mondiale), precisamente 1,38. A fronte di beni in magazzino pari a 1800 miliardi di dollari, le vendite fino ad ottobre erano pari a 1300 miliardi di dollari.

La crisi da sovrapproduzione si affacciava nuovamente in USA. La mancata valorizzazione del capitale mandava un segnale preciso di un mercato del lavoro americano fatto di “McJobs” part-time e poco remunerati. Il giorno dopo, su Milano Finanza, l’analista Salerno Aletta, uno dei pochi in Italia a dare un quadro obiettivo della situazione economica internazionale, informava i lettori, attraverso un grafico, che il credito al consumo (vale a dire debito) in Usa era passato da 2.400 miliardi di dollari del 2010 a ben 3.600 miliardi di dollari del 2015. Da qui si spiega la “ripresa” statunitense e anche le performances di una multinazionale semi italiana quale FCA (ex Fiat) che presenta una produzione di autovetture con sbocco in USA significativo, il settore grazie al quale la produzione industriale italiana, dopo un crollo del 2 5per cento, è risalita nel 2015 dello…0,9 per cento.

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Lo stesso giorno Li Keqiang, presenziando al Consiglio di Stato, dava direttive per lo sviluppo del credito al consumo e rimuoveva ostacoli doganali per l’import di beni di consumo, focalizzando la crescita nei prossimi anni su servizi e consumi. L’8 novembre erano usciti i dati di import-export cinese: a fine ottobre quel paese presentava un surplus commerciale pari a 430 miliardi di dollari e si prevede che a fine anno raggiungerà i 600 miliardi di dollari. Il dato del surplus è causato da un forte rallentamento in valore dell’import, pari a -15 per cento, per via del crollo del prezzo delle materie prime, sebbene in volume nei primi dieci mesi dell’anno l’import è calato del 4 per cento. Lo stesso giorno Pechino comunicava l’adesione al “piano Juncker” per gli investimenti infrastrutturali in Europa e la partecipazione all’aumento di capitale nella BERS (Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo), braccio operativo dell’UE in Europa orientale con diramazioni anche nell’Europa meridionale.

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Leggi tutta l’analisi di Pasquale Cicalese e Filippo Violi su EuNews.it

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Foto Mrs eNil @flickr

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