Unesco: ‘pronti’ i Caschi blu della Cultura

Non solo petrolio, razzie di beni privati, acquisto agevolato di armi da Paesi complici: per finanziare la propria guerra, il sedicente Stato Islamico saccheggia i musei e ne rivende i capolavori sul mercato nero globale dell’arte. Per di più, se il patrimonio artistico appare blasfemo, o impossibile da trasportare, sceglie spesso di distruggerlo. Ecco allora la proposta tutta italiana di inviare personale ONU specializzato durante le missioni di pace.

onu-caschiblu_(CC0@wikipedia)

COMUNICARE LO SMANTELLAMENTO DI TRADIZIONI PLURIMILLENARIE – Non convince la tesi per cui il Califfato impiegherebbe tempo ed energie a distruggere un patrimonio culturale come quello siriano, tra i più antichi e preziosi al mondo, “solo” per questioni di mancata accettazione della concorrenza storico-ideologica. Come se abbattere templi e statue potesse fornire l’illusione di essere gli unici autentici padroni di un territorio che ha fatto da culla alle prime civiltà strutturate. Come se devastare un museo equivalesse a ristabilire la supremazia dell’Islam sull’iconografia “infedele” di precedenti popoli. Chiaro per l’appunto che tale tesi non soddisfi, e che dunque questo impegno a eradicare il passato rientri in una più generale strategia di “comunicazione esterna” di cui l’ISIS si serve non solo per terrorizzare l’Occidente e destabilizzare l’opinione pubblica mondiale, ma anche per adescare nuove reclute. Una sorta di esibizionismo che spesso sconfina nel macabro, come ben ricordiamo dalla decapitazione di Khaled Assad, ottantaduenne responsabile del sito archeologico di Palmira, il cui corpo è stato appeso a un palo con manifestazioni di giubilo. Come sottolineato nel rapporto ISPI curato da Paolo Magri e Monica Maggioni, quest’attenzione pervasiva ai mass media e all’autoesaltazione delle proprie “gesta eroiche” non è un fatto nuovo per il terrorismo di matrice jihadista, che da Al-Qaida in poi − ma anche da prima − amplifica la potenza delle proprie azioni tramite la propaganda, rendendo la propria “causa” allettante agli occhi di potenziali “combattenti” e catalizzando da parte dell’Occidente reazioni disarticolate ed esagerate, ma soprattutto estemporanee anziché ragionate, che aggravano il problema fornendo ai jihadisti un vantaggio strategico.

KABUL 2001, BAGHDAD 2003, PALMIRA 2015: LA STORIA SI RIPETE – Quella dei saccheggi e delle devastazioni perpetuate ai danni del patrimonio artistico durante gli eventi bellici è una questione antica quanto il mondo. In area “ex mesopotamica” e, più in generale, nord-orientale si è però caricata spesso − e in particolar maniera negli ultimi decenni − di forti connotazioni ideologiche, e di una ciclicità che non lascia scampo alle responsabilità diffuse di una comunità internazionale troppo passiva. Mir Abdul Rauf Zaker, direttore dell’Istituto Nazionale di Storia di Kabul, ha ben descritto il piacere sadico − quasi si trattasse di una “missione personale su mandato divino” − che pareva invadere i Taliban nel marzo 2001 mentre erano intenti a far scempio con l’accetta dei tesori del Museo nazionale della capitale afghana, in ottemperanza all’editto del 26 febbraio con cui il mullar Mohammed Omar Mujahid − poi ridotto in clandestinità dall’attacco statunitense seguito all’attentato delle Torri Gemelle − aveva statuito la distruzione di tutte le opere di arte figurativa (in quanto un’interpretazione ristretta del dettato coranico vieterebbe di raffigurare la divinità per arginare fenomeni idolatrici). E ancora, la sofferenza dei custodi dell’arte si ripropone a Baghdad, due anni dopo, con ingenti razzie all’interno del Museo Nazionale Iracheno, dettate certamente dalla previsione di notevoli ritorni economici, ma al contempo dall’esigenza di manifestare un’insofferenza più o meno giustificabile contro “l’invasore statunitense” e l’esportazione forzata di modelli democratici ritenuti non aderenti al proprio spazio socio-istituzionale. Ma la profanazione raggiunge l’apice anche mediatico dal febbraio all’ottobre di quest’anno, con le violenze perpetrate contro il sito UNESCO di Palmira, e in particolare con il danneggiamento del canaanita santuario di Baalshamin e dell’arco di trionfo di epoca romana. Già, romana. Sarà un caso? Impossibile evitare di pensare al riferimento a Roma, sede del papato. Peraltro le vestigia di questa “Sposa del Deserto” sono finite coinvolte in combattimenti pluristratificati, con danneggiamenti causati anche da altri attori del conflitto, quali ad esempio le milizie YPG curde, le truppe governative, alcune fazioni dei cosiddetti ed eterogenei “ribelli siriani”. Non solo ISIS, purtroppo, e questo rende tutto più complicato anche a livello di responsabilità che dovranno essere accertate.

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Foto CC0/Pubblico dominio 

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