Dopo Parigi: contro la Jihad l’Europa è disarmata

L’assenza di coordinamento e di comunicazione tra servizi di polizia e di intelligence europei è in parte responsabile del fatto che le autorità belghe e francesi non sono riuscite a prevenire gli attacchi del 13 novembre.

strage_Parigi-Bataclan_13112015_(flickr)

Dopo gli attacchi di gennaio contro Charlie Hebdo e il supermercato kosher, che avevano provocato 17 morti, i francesi pensavano di aver vissuto il loro 11 settembre: un attacco inedito che aveva trascinato il paese in una spirale di solidarietà e di ritorsioni. Lo slancio di solidarietà nazionale e internazionale che ne è seguito e il rafforzamento delle misure di sicurezza e di sorveglianza avevano fatto sperare che gli eventuali imitatori dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly avrebbero desistito di fronte alla coesione e alla determinazione dei francesi a non cedere al panico.

Come sappiamo, non è andata così. Già all’indomani degli attacchi di gennaio gli esperti avevano avvertito che rafforzare le misure di sicurezza e le operazioni militari contro il gruppo Stato islamico (Is) non sarebbe bastato e che nuovi attacchi erano probabili. “La domanda non è se, ma quando”, dicevano. L’adozione all’inizio di maggio di una nuova legge sull’intelligence, un “Patriot act alla francese”, non è bastata a evitare le stragi del 13 novembre. E appare sempre più evidente che la Francia e l’Europa sono disarmate contro il terrorismo jihadista.

Il mostro

In un intervento televisivo circolato parecchio sui social network, l’ex capo della sezione antiterrorista del tribunale di Parigi, Marc Trévidic, ha spiegato che “i jihadisti che abbiamo arrestato dopo l’attacco a Charlie ci dicevano una sola cosa: il gruppo Stato islamico sogna di colpire la Francia. Uno di loro ha anche detto che gli avevano chiesto di colpire durante un concerto”. Secondo Trévidic, peraltro, “l’Is ha tanta, troppa gente” pronta a compiere attentati suicidi in Francia: “Anche se alcuni falliscono, ce ne saranno altri pronti a partire, perché, contrariamente ad Al Qaeda, l’Is ha la possibilità di ‘sprecare’ il suo personale”.

Trévidic, anche piuttosto critico nei confronti della legge sull’intelligence, ha aggiunto che ormai “l’Is ha una capacità di sviluppo notevole perché per tre anni è stato lasciato crescere indisturbato. Risultato: è diventato potentissimo; e quando un gruppo terroristico è forte, si esporta. Al Qaeda ne è stato l’esempio. È sempre la stessa storia: si lascia crescere un mostro e poi ci si lamenta quando si scatena”.

Scontro

Il giudice ha aggiunto che “per dieci anni non si è fatto nulla per contrastare la propaganda e il reclutamento jihadista su internet, nelle carceri, nelle moschee”. Inoltre, è difficile opporre un contrasto, ha affermato, perché “siamo amici di gente – l’Arabia Saudita, il Qatar – che sostiene la stessa ideologia wahhabita dei terroristi e facciamo affari con loro”.

E ora, che cosa succederà? Secondo Trévidic, “per cinque-sei mesi l’Is osserverà le nostre reazioni e quali misure prenderemo, sperando nel pugno di ferro contro la comunità musulmana in modo che si radicalizzi ancora di più” perché, spiega, la strategia del gruppo Stato islamico “è di spingere i musulmani alla rivolta”.

Di Gian Paolo Accardo – Continua a leggere su Vox Europ

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Foto: Parigi, dopo gli attacchi del 13/11/2015 – Jérôme DEISS cc-by-nc-nd

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