Anticorruzione. L’unione fa la forza

Il buongoverno dipende anche dall’azione collettiva: più i cittadini sono connessi e più è forte lo stato di diritto, meno la società tende a essere corrotta, spiega la ricercatrice Alina Mungiu-Pippidi.

corruzione_(erlendaasland_4107345124@flickr_CC)

(VoxEurop) – Perché nei notiziari gli scandali legati a episodi di corruzione sono sempre più in primo piano? Negli ultimi decenni varie consultazioni elettorali in paesi come Brasile, India, Ucraina o i Balcani hanno talvolta cambiato gli amministratori, senza mai intaccare però il ben radicato sistema degli sprechi delle risorse pubbliche che i nuovi eletti ereditano. Le speranze delle Primavere arabe di fare piazza pulita di dittatori corrotti sembrano affievolirsi: dopo molti anni di amministrazione americana, in Iraq la corruzione resta il più importante problema irrisolto.

In Afghanistan la corruzione è stata aggravata dall’afflusso di aiuti umanitari dall’estero che, con l’impeto di un torrente in piena, si sono riversati nei letti dei fiumi locali vuoti a beneficio di militari e potenti. Organizzazioni internazionali come l’Onu o la Fifa sembrano affette da problemi sistemici, e a stento riescono a mantenere il controllo della loro immagine presso l’opinione pubblica.

Anche il commercio internazionale, che un tempo si presumeva che potesse diventare uno strumento per espandere la concorrenza, sembra aver dato vita a corruzione, con scandali come quelli di Siemens e Volkswagen a riprova del fatto che nessuno è al di sopra di ogni sospetto.

CONTROLLO SOCIALE

In effetti, nessuno dovrebbe essere considerato al di sopra di ogni sospetto, dato che il mondo per lo più è infestato dalla corruzione e pochi governi e poche aziende sono costretti dalle rispettive società a restare onesti e trasparenti: lo afferma Alina Mungiu-Pippidi, una studiosa che abita a Berlino, in un nuovo libro pubblicato di recente da Cambridge University Press: The Quest for Good Governance. How Societies Build Control of Corruption (“Alla ricerca della buona governance. Come le società controllano la corruzione”).

Invece del consueto approccio normativo moralizzante, nelle pagine del suo nuovo libro l’autrice passa dalla storia alla psicologia sociale per sostenere che la governance – da lei definita come l’insieme delle regole in base alle quali si determina chi ottiene cosa dalle risorse pubbliche di una data società – è molto più difficile da cambiare dei regimi politici, in quanto nasce dall’equilibrio di potere raggiunto tra una società e i suoi amministratori.

Alina Mungiu-Pippidi sostiene che in tutto il mondo negli ultimi trent’anni, da quando disponiamo di indici di rilevamento della governance, sono cambiati pochissimi paesi, e soltanto una minima percentuale di essi ha varcato definitivamente la soglia della buona governance. Per lo più si tratta di piccoli stati isola. L’autrice prende a modello di riferimento Estonia, Uruguay, Taiwan, Corea del Sud e Cile, mentre ad alcuni altri – come Costa Rica, Botswana, Slovenia e Georgia – riconosce il merito di essersi avvicinati.

MONARCHI BENEVOLI

Tutto sommato, l’autrice sostiene che in una democrazia il controllo della corruzione è un problema fondamentale di azione collettiva che pochi paesi sono riusciti a risolvere. Se in un paese si svolgono libere elezioni prima che esso sia riuscito a dar vita a un’amministrazione affidabile, autonoma e potente (gli esempi storici ai quali pensa l’autrice sono quelli della Danimarca, che si presume sia il paese meglio governato al mondo), ciò che ne nasce è un sistema di partiti politici che politicizzano il settore pubblico, danneggiando a loro volta tutte le risorse pubbliche. Una cosa del genere è possibile: gli Usa l’hanno fatto. Di questi tempi, però, paiono difficili da trovare sia monarchi benevoli come il re danese, sia masse critiche nei paesi democratici.

La più importante lezione politica contenuta in questo libro – finanziato da una delle più ingenti sovvenzioni dell’Ue per le scienze sociali, il progetto quadro ANTICORRP, e da parecchi altri premi vinti dall’autrice – è che una sana strategia per la lotta alla corruzione deve realizzare appieno questo equilibrio, e che né l’una né l’altra delle panacee promosse dalla comunità internazionale funzionano separatamente, oppure lo fanno in modo soltanto parziale.

L’autrice illustra gli avvilenti dati statistici dai quali risulta che le agenzie per l’anticorruzione non fanno la differenza dove non sono state precedute dalla legalità. Peggio ancora, i loro poteri eccezionali sono utilizzati in politica dai potenti contro i deboli.

Di per sé, né i mediatori né le leggi per la libertà dell’informazione possono fare la differenza, e i paesi più corrotti che seguono l’advocacy internazionale oggi hanno il numero più alto di leggi contro la corruzione che non cambiano niente. L’Estonia ha avuto successo con la transizione più trasparente dal post-Comunismo riducendo le occasioni di corruzione con la liberalizzazione economica e la linearità amministrativa, e diminuendo drasticamente il potere discrezionale del governo.

LIBERTÀ DI STAMPA

Oltre a ciò, la sua società civile – l’altro indispensabile piatto della bilancia – è stata forte ed esigente, la libertà di stampa è stata garantita e i cittadini hanno accesso all’amministrazione online. Quanto più un paese ha nuclei famigliari connessi a internet e profili Facebook, tanto meglio è governato, e ciò dimostra la capacità della cittadinanza di intervenire collettivamente.

Mungiu-Pippidi documenta anche l’efficacia dell’abbinamento di vari fattori più che dei singoli fattori, e tra essi la trasparenza fiscale e una società civile attiva, per esempio, oppure la libertà di stampa e la divulgazione ufficiale dei beni della sua classe politica.

Gli esseri umani hanno sempre incontrato difficoltà nel conservare e amministrare le risorse comuni, evitando che andassero sperperate o investite sulla base di favoritismi, dice Mungiu-Pippidi. Il favoritismo di fatto è dilagante, e alcuni sondaggi evidenziano che perfino nell’Unione europea la gente si lamenta che per avere successo nella vita è indispensabile avere conoscenze politiche.

Le tangenti sono spesso una scorciatoia per avervi accesso. I problemi legati all’azione collettiva sono difficili da risolvere, ammette il libro, per due motivi principali. Il primo è il problema dei confini: comunità ristrette e ben circoscritte come Siena, città-stato italiana del Duecento, perfezionarono sistemi di prevenzione nei quali i vari membri si controllavano reciprocamente nell’ambito delle loro funzioni civiche.

La premessa di fondo di ogni cosa era la diffidenza e tutti erano arruolati nella difesa delle risorse della collettività, indispensabili per spese fondamentali come la difesa. Tutte le volte che i confini sono viceversa troppo ampi o poco chiari, o che l’elettorato è vago, come nel caso delle organizzazioni internazionali o del commercio mondiale, gli equilibri locali conquistati a caro prezzo non hanno più importanza alcuna. Quando investono nei paesi corrotti, anche le aziende dei paesi meglio amministrati al mondo iniziano a giocare secondo le regole locali.

AZIONE COLLETTIVA

Il secondo motivo, problema egualmente pressante, è trovare modelli di riferimento. Nel libro si sostiene che prima di rispondere alla domanda “che cosa fare?” è necessario rispondere alla domanda “per chi farlo?”. Chi ci rimette a causa della corruzione? Come si può interagire insieme in un’operazione collettiva significativa?

L’anticorruzione non è un gioco proficuo per tutti: è una partita giocata dalle società contro chi le danneggia e per evitare che i vincitori si trasformino a loro volta in persone che le danneggiano è necessario uno sforzo notevole, sostenuto nel tempo. Trovare modelli di riferimento e conferire loro l’incarico di costituire una massa critica di persone che creda di potersi guadagnare da vivere con una dignitosa concorrenza e non col favoritismo: questa è la partita che dobbiamo giocare se vogliamo davvero cambiare le cose.

(Vox Europe, pubblicato in collaborazione con Ercas)

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Foto Erlend Aasland cc-by-nc-sa

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