Per fermare l’economia del terrore

ISIS_islam_(hinkelstone 15240088197 CC-BY)

Vi è un filo rosso che lega gli assurdi attentati di Parigi, la guerra dell’Isis, il pensiero economico e la finanza. Per trovarlo occorre farsi delle domande, magari partendo da pagina 8 del Sole24ore del 16 novembre: una pagina dedicata alle fonti di finanziamento dell’Isis. Su una stima di circa 700milioni di euro l’anno di entrate del califfato le donazioni contribuiscono per il 6%, le tasse interne per il 14% i saccheggi per il 14,5% ed il petrolio per  ben il 65,5%.

Di queste voci due (petrolio e donazioni, il 70%) dipendono in buona parte da scambi economico finanziari con il resto del mondo. Non solo si spostano tra i 50 e i 100 milioni di barili all’anno (piuttosto ingombranti), ma si eseguono pagamenti ingenti e trasferimenti finanziari importanti.

Non c’è dietro un complotto: è la normalità. Ogni giorno compriamo prodotti che non sappiamo e non siamo in grado di sapere dove sono stati realmente prodotti e in quali condizioni sociali ed ambientali. Ogni giorno, anche i nostri soldi, si possono trovare a girare in un mercato globale in cui i paradisi fiscali ed il sistema finanziario ombra sono la norma, se non altro per la percentuale elevatissima di scambi trattati.

Allora questo strabismo economico finanziario che ci fa condannare l’Isis, ma non ci fa vedere come è ben inserito negli scambi economici cui anche noi partecipiamo, non è un accidente casuale, una dabbenaggine dell’occidente, od una astuzia dell’Isis stesso. È conseguenza del modo con cui facciamo funzionare la finanza e l’economia.

Continua a leggere l’articolo di Ugo Biggeri, Presidente di Banca Popolare Etica

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Foto hinkelstone CC-BY 2.0 (da frame video Vice.com)

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