Europa, Terrorismo, Fanatismo: Anno zero, giorno uno

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Di Marco Arnaboldi – Il Caffè Geopolitico | VECCHIE CATTIVE ABITUDINI – Eccoci qui, noi europei, che corriamo nel vuoto confusi e affannati, ma ancora convinti dei nostri vecchi mezzi, come Wile Coyote un attimo prima che guardi giù e si accorga che la roccia è già finita da un pezzo. Metto le mani avanti fin da subito: chi è abituato a miei pezzi tecnici e specialistici, oggi verrà deluso. Non c’è spazio per la razionalità analitica. Non ha senso impiegarla ora, per spiegare quanto successo a Parigi. Gli attacchi, la loro dinamica, il loro tempismo, persino la scelta dei luoghi esulano da quelle macro-tendenze e schemi decisionali che noi studiosi di terrorismo cerchiamo ogni giorno di perfezionare e verificare tramite analisi empirica. Si leggono supposizioni assurde: “l’attacco è avvenuto oggi perché ieri i Curdi hanno riconquistato il Sinjar”, o perché “i miliziani vogliono vendicare la morte di Jihadi John!”; come se l’attacco fosse stato pensato, deciso e perpetrato in giornata. Ancora: “Lo Stato Islamico attacca la Francia perché ha una politica estera aggressiva in Maghreb, Sahel e Levante”; come se l’attacco avesse davvero bisogno di una causa, di un movente. Può darsi, non lo possiamo escludere a prescindere, ma è tutto troppo semplice, banale.

Se souvenir du 13 novembre 2015

UN CAMBIO DI PROSPETTIVA – È forse una novità che la dottrina qaidista e post-qaidista miri a distruggere l’Europa? No, certamente no. Qual è la novità, dunque? La novità è il fatto che adesso i jihadisti hanno imparato a farlo davvero. Non in maniera omogenea: in alcuni luoghi più che in altri. La Francia, per esempio, offre un florido milieu jihadista: circa 4.000 individui, stimano le autorità, un numero enorme a confronto degli appena 200 italiani. Aggiungiamo questo dato: le intelligence più evolute, per adoperare un controllo assoluto su un singolo individuo, 24 ore su 24, devono impiegare almeno 20 agenti (si parla di semplice sorveglianza fisico-telematica, senza forze di intervento). Basta questo per scoprire che i dipartimenti di sicurezza, ontologicamente, non sono adatti a fronteggiare il fenomeno nella sua integralità. È quindi sterile incolpare i servizi segreti, così come non ha senso utilizzare approcci pragmatici di intensificazione dei controlli in risposta al fenomeno. Lo provo a spiegare con una metafora più efficace: per sedare l’incendio di un palazzo, noi europei stiamo chiedendo che si sputi più forte.

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Foto gael_lombart cc-by-nc

(Bataclan, Parigi, 16/11/2015)

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