Dopo Parigi: la politica non strumentalizzi la strage

parigi-terror_14112015_(mayanais-cc-by)

Scrivo diverse ore dopo i brutali attacchi che hanno lasciato quasi 130 morti nelle strade di Parigi, e ho ancora l’impressione che sia indelicato scriverne. Mentre buona parte del mondo vacilla, c’è qualcosa di profondamente disumano nel pretendere dagli altri che adesso sia il momento di stare a sentire la tua acuta opinione.

Se fare poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, lo è anche scrivere articoli di riflessione dopo Parigi. Non politicizzare, non usare gli eccidi di massa per imporsi con la retorica contro i nemici, non fare i sostenuti con frasi come “te l’avevo detto”, non giocare con il numero dei corpi, non farne una questione personale, non farne una questione politica. Può sembrare strano, perché la morte è sempre una faccenda politica, e non c’è nulla di più politico di un attacco terroristico. Questi fatti sono avvenuti per motivi politici, e hanno conseguenze politiche. Avere un’opinione è bene in tempi di pace, ma è assolutamente essenziale in tempi di crisi.

Eppure. Viene la nausea a leggere chi critica la decisione senza precedenti della Francia di chiudere le frontiere, perché se lo avesse fatto prima si sarebbe potuto evitare tutto questo. O chi blatera sulla minaccia globale dell’islam e gli stranieri che vivono in mezzo a noi. O chi dichiara compiaciuto che le leggi sul controllo delle armi hanno lasciato indifesa la popolazione. Di San Kriss, scrittore, per Slate.

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Paris10, rue Alibert, façade de l'absurde et de l'horreur du restaurant "Le Carillon"

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Foto: Parigi, il giorno dopo – 14/11/2015, Maya-Anaïs Yataghène cc-by 2.0

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