Intesa tra Bratislava e Praga, torna la Cecoslovacchia

Repubblica Ceca Slovacchia

(Matteo Zola, EastJournal.net) – Il premier slovacco Robert Fico e il ministro dell’Interno ceco, Milan Chovanec, hanno espresso la stessa visione sulla necessità di proteggere i propri paesi dai flussi migratori che stanno interessando i Balcani. Durante una conferenza stampa congiunta, lo scorso 2 novembre, i due politici si sono detti concordi nel ritenere che il meccanismo di ricollocazione obbligatoria dei profughi voluto dall’Unione Europea non sia in grado di risolvere il problema.

Il “meccanismo” di cui parlano è quello del sistema di quote obbligatorio di ripartizione dei migranti, che prevede la redistribuzione, seppur in numero molto basso, dei migranti giunti nei paesi UE. Un sistema sicuramente non risolutivo del problema ma che avrebbe sancito il diritto di Bruxelles ad intervenire nella questione obbligando i governi nazionali a condividere le responsabilità. Non solo, esso avrebbe rappresentato un precedente poiché avrebbe sancito  definitivamente l’immigrazione come questione europea e non più nazionale. Per evitare un simile precedente alcuni paesi si sono opposti alle quote, o hanno fatto ostruzionismo in nome del diritto di “proteggersi” dai migranti. E il modo migliore per proteggersi è chiudere i confini, magari con un bel muro, lasciando libera circolazione tra le due repubbliche. Ed ecco che così, d’incanto, tornerebbe ad esistere una Cecoslovacchia, unita nel nome del populismo e della discriminazione.

Che ci fosse sintonia tra Praga e Bratislava in merito alla questione migranti, era noto da tempo. Nelle scorse settimane il governo slovacco si disse disponibile ad accogliere solo migranti cristiani, in numero di duecento. Una provocazione che il premier Fico ha lanciato nel suo abituale stile populista, cercando di imitare l’omologo ungherese Orban. D’altronde in Slovacchia – come in Ungheria – è in corso da tempo una revisione in senso nazionalista dell’identità e della storia nazionale, culminata nella riabilitazione di figure come quelle di Josef Tiso. E il paese non è nemmeno nuovo ai muri, che molti ne ha costruiti per segregare i rom nei loro quartieri.

Il “modello” ungherese piace anche a Praga che, in passato, si era detta pronta a costruire un muro anti-migranti e che, per i suoi atteggiamenti discriminatori, è già stata accusata dall’ONU di violazioni dei diritti umani. “I profughi – ha affermato l’Alto commissario delle Nazioni Unite – vengono detenuti nei centri di accoglienza fino a 90 giorni e denudati e perquisiti in cerca di denaro, spesso confiscato per pagare la loro permanenza. Tali violazioni sembrano essere parte integrale di una politica, portata avanti dal governo ceco e finalizzata a scoraggiare migranti e rifugiati ad entrare nel paese o a rimanervi”.

I metodi del governo ceco hanno poi trovato una sublimazione nella scelta di scrivere un numero identificativo sulle braccia dei migranti in arrivo alla stazione di Břeclav. E se tirare in ballo Auschwitz può essere eccessivo, scrivere un numero sulle braccia richiama un preciso immaginario che forse, in Repubblica Ceca, hanno dimenticato. Così le due repubbliche tornano a trovare una frontiera comune nella “difesa” dall’immigrazione e nelle retoriche populiste, e questo no, non si può dire sia fico.

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(Matteo Zola, direttore di EastJournal.net)

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