Novecento. Il secolo degli opposti

hiroshima_(wikimedia)

Il Novecento è stato il secolo degli estremi, degli opposti, mai capaci di un equilibrio definitivo, quali gli archetipi di democrazia e dittatura, ricchezza e miseria, progresso e barbarie. L’ambivalenza più devastante, il paradosso che ancora oggi ci paralizza è la contraddizione tra l’onnipotenza dei mezzi tecnici a disposizione e la drammatica incapacità dimostrata dal secolo di raggiungere, senza pagare un prezzo sproporzionato, tutti i propri fini etici, politici, sociali.

Il Novecento è stato il secolo dell’homo faber, quello in cui l’uomo è stato ridotto alla sua funzione produttiva ed il mondo a realtà fabbricata: sulla centralità del fare è stata immaginata la sua antropologia, sulla pervasività della produzione è stata ridisegnata la sua società, sulla totalità del lavoro è stata rifondata la sua etica. Forse nel gene dell’homo faber sono da ricercare le radici del male profondo che ha minato il secolo. Da questo punto di vista è senza dubbio Auschwitz il luogo estremo di caduta, dove l’uomo fu ridotto a materia di lavoro, usato e distrutto come cosa. Ma è dentro la vicenda del comunismo novecentesco che occorre guardare per vedere la natura profonda del secolo e le sue contraddizioni laceranti: nato come aspirazione di riscatto dell’uomo dalla natura di merce ha finito col generare un universo interamente centrato nel suo profilo di società del lavoro totale, macchina composta da uomini ridotti alle loro funzioni produttive.

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Foto: Hiroshima, lo scoppio nucleare visto da Enola Gay @wikicommons

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