Turchia al voto, tra sogni infranti e instabilità

istanbul-turchia_(Matthias-Rhomberg_5166678236@flickr_CC-BY)

Tra instabilità politica e sogni infranti, in un clima rovente caratterizzato da rigurgiti di antiche divisioni, fragilità sui confini segnati dalla guerra in Siria che ha già portato nel paese oltre 2 milioni di profughi, da attentati e conseguenti limitazioni sempre più preoccupanti al potere giudiziario e alla libertà di stampa, la Turchia si prepara ad andare domenica alle urne per la seconda volta in pochi mesi. Dal voto del 7 giugno scorso, infatti, il presidente Recep Tayyp Erdogan e il suo partito, l’Akp (Il partito per la giustizia e lo sviluppo) sono usciti senza quella maggioranza alla quale erano avvezzi dal 2002, fermandosi al 40% delle preferenze. Un esito che non ha consentito al primo ministro incaricato Ahmet Davoutoglu di governare. Sono infatti finiti tutti nel vuoto tutti i suoi tentativi di trovare un accordo con il partito della destra nazionalista Mhp sulla riforma della Costituzione in chiave presidenzialista. E così dopo 45 giorni di passione è stato costretto a rassegnare le dimissioni.

A complicare ulteriormente il quadro i rapporti che sono andati via via deteriorandosi sempre più con la minoranza curda, sia moderata che più estremista e all’interno della stessa minoranza curda, dopo la performance del partito del Popolo (Hdp) di Selahattin Demirtas che alle ultime consultazioni era riuscito per la prima volta a superare la soglia di sbarramento del 10 % e a entrare in parlamento con 80 deputati. Fatto nuovo questo che ha avuto pesanti ricadute: da una parte il risveglio del Pkk , dall’altra la pianificazione da parte di Ankara di una nuova offensiva contro il terrorismo, sia di matrice islamica che di matrice curda. Uno scenario reso più fosco da sospetti di strategia della tensione messa in atto da poteri occulti che tutto muovono dietro le quinte e culminata nella strage del 10 ottobre scorso, nella quale sono rimasti uccisi nell’esplosione di due bombe, 106 manifestanti pacifisti dei sindacati e del partito pro-curdo di Dermirtas. Ma non è finita qui. Nel grande puzzle della politica turca ci sono altri pezzi importanti, di difficile sistemazione.

In primo luogo le ambizioni europeiste di Erdogan. Il presidente da sempre punta all’ingresso del paese nella Ue.

E turchiaora sta cercando di sfruttare a suo vantaggio la crisi dei profughi siriani. La recente visita del cancelliere tedesco Angela Merkel ad Ankara conferma il fatto che sia la Turchia ad avere su questa questione il coltello dalla parte del manico. “Non vogliamo trasformare il nostro paese in un campo di concentramento”, ha detto Davoutoglu al termine dei colloqui, annunciando che la Turchia ha respinto offerte economiche e che se accordo sugli immigrati ci sarà riguarderà i rapporti della nazione con l’Unione Europea. Oltre queste frustrate aspirazioni sono anche da sottolineare i pessimi rapporti diplomatici che intercorrono tra Ankara e tutti i principali partner della regione: Egitto, Israele, Siria, Iraq e Iran. Per non parlare dell’economia -negli ultimi 30 mesi la lira turca ha perso il 30% del suo valore rispetto all’euro- e della ambiguità che caratterizza la partecipazione del paese ai raid dell’alleanza, guidata dagli Stati Uniti, contro le postazioni dello Stato islamico oltre i confini con l’Iraq e con la Siria.

Cosa riserva il futuro? Difficile dirlo alla luce di questa difficilissima situazione, evidentemente sfuggita di mano ad Erdogan, che ricorre sempre più e indiscriminatamente al pugno di ferro. L’irruzione della polizia e gli arresti con finalità antiterroristiche eseguiti nelle due emittenti televisive Bugun TV e Kanalturk e e nelle redazioni dei giornali Millet e Bugun, tutte testate vicine all’opposizione – non fanno presagire nulla di buono. Gli analisti dicono che la deriva autoritaria del presidente non piace, oltre che agli attivisti di “Gezi Park”, che sognano una Turchia laica e democratica, anche agli esponenti del suo stesso partito.

Appare quindi assai improbabile che il suo Akp riesca a far meglio di giugno alle urne. I sondaggi gli assegnano infatti pochi seggi in più, ma non quel 44% che gli consentirebbe di governare da solo, a dimostrazione che la politica del pugno di ferro contro la forte tensione interna non paga più come un tempo. Dunque in ogni caso si riproporrebbe l’alleanza con il Mhp. O in alternativa – e questa sicuramente sarebbe la soluzione migliore per il paese- con il Chp, il più antico partito politico turco, fondato nel 1923 da Mustafa Kemal (Ataturk) e negli ultimi anni su posizioni sempre più spostate a sinistra. Certo in questo modo la Turchia andrebbe a riconquistare la perduta stabilità ma Erdogan dovrebbe sicuramente rinunciare ai suoi tanti sogni di gloria e in primo luogo il presidenzialismo. Ma al momento altre soluzioni, con l’Hdp, che viene dato in crescita al 13%, non si intravvedono.

(Velia Iacovino, Futuroquotidiano.com)

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Foto Matthias Rhomberg cc-by

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