Roma, il caso Marino o la scomparsa dell’interesse generale

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La sindacatura Marino e le sue finali dimissioni stanno a significare qualcosa di molto più profondo di quanto illustrato dalle polemiche sullo scontrino o sul viaggio a Philadelphia. Non si tratta infatti di contrapporre onesta a disonestà o corruzione, imperizia e arroganza a disponibilità e accessibilità, ma piuttosto della constatazione di quanto sia divenuto difficile governare in nome dell’interesse generale, del benessere della collettività o più semplicemente della “cittadinanza”. Per un sindaco che voglia mantenersi al potere e quindi non rischiare di essere impallinato dai coalizzati opposti ma convergenti interessi (come pare sia avvenuto nel caso di Marino), la cosa migliore da fare è non smuovere oltremisura le acque, non cercare troppo radicali riforme, non pretendere di moralizzare eccessivamente organismi e istituzioni che del privilegio e del loro “particulare” hanno fatto l’unico scopo della propria scelta politica.

Il paninaro è lì pronto a dire: “pereat mundus”, ma intanto io mi posso vendere i panini sotto il Colosseo; il vigile a sua volta dirà: “pereat mundus”, ma intanto io posso assentarmi dall’ufficio quando voglio e andare a fare la spesa durante il servizio; il dipendete dell’azienda trasporti a sua volta aggiungerà: “pereat mundus”, ma io intanto mi godo le mie prebende e magari mi vendo i biglietti falsi. E così via, scalando tutti i livelli della amministrazione sino a quelli più elevati; e salendo per tutti gli interessi, da quelli del posteggiatore abusivo a quelli del palazzinaro speculatore o della Curia vaticana, che a sua volta dirà “pereat Roma”, ma intanto non si ammettano le unioni di fatto tra gay. Ognuno ha un suo “particulare” da difendere, che verrà anteposto a un interesse generale che è nel frattempo svanito come il bel sol dell’avvenire. E difatti l’interesse generale finisce per essere composto di tutti questi piccoli e grandi egoismi, di tutte queste minime e massime prebende e privilegi, i cui portatori non sono allettati, per fare un esempio, dal buon funzionamento dei trasporti, ma solo a garantire il mantenimento della propria nicchia di beneficio.

Il benessere che ciascuno pensa di poter trarre da un miglioramento della macchina amministrativa non riuscirà mai marino– a suo parere, sbagliato o giusto che sia – a compensare i privilegi che sarebbe chiamato a perdere. E il miglior sindaco è colui che saprà contemperare tutti questi micro e macro-egoismi senza portarli al punto di esplosione, senza eccedere nell’un senso o nell’altro; sarà un equilibrista in grado di assicurare i minimi e i massimi che nulla o poco cambierà e che ogni soluzione avrà solo un effetto cosmetico, senza intaccare o minacciare i reali interessi; interessi ai quali ciascuno ha la sua quota di partecipazione, piccola o grande che sia. E così il conto è presto fatto. Gli interessi particolari coalizzati, di tutte le sponde, che contro il sindaco dimissionario hanno sparato a palle incatenate, di fatto riescono a coagulare una buona parte degli elettori della Capitale, interessati affinché l’anomalia Marino non venga a ripetersi e a far sì che nessuno getti sabbia sugli oliati meccanismi di spartizione e corruzione paritetica e irenicamente equanime delle precedenti amministrazioni; v’è troppa gente attaccata ai propri “particulari”, anche microscopici interessi, per rischiare di avere un nuovo sindaco che li costringa, ad es., a fare lo sforzo di differenziare i propri rifiuti (come un sindaco “estremista” pentastellato).

Diciamo che questo elettorato può anche raggiungere, ad esser ottimisti, il 30/40% del totale. Poi ci sono coloro che mai voterebbero per il candidato dell’altro partito e così un’altra fetta di elettorato è fatta fuori. Infine ci sono come elemento residuale i romani onesti o “fessi”, che pensano sia possibile un governo di Roma improntato ad un minimo di correttezza e ispirato dell’interesse generale. Ma per costoro bastano i cannoneggiamenti di menzogne a mezzo stampa, che convincerebbero anche il più candido dei cittadini a nominare per direttore di un asilo d’infanzia un prete pedofilo. E il gioco è fatto. Renzi può tranquillamente proporre il suo candidato; ha calcolato bene le sue possibilità di vittoria, perché questa volta non ci sarà un 60% che voterà per un Marino, in un impeto di reazione alla sfascio della precedente amministrazione. A ragione o a torto, quest’ultima sindacatura è stata una buona lezione per ritornare ad attaccarsi, come una cozza, al proprio microcosmo di roccioso egoismo.

(Francesco Coniglione, via FuturoQuotidiano.com)

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Marino vittima del Quarto Potere?

Dovunque la si guardi e comunque la si legga, lavicenda di Ignazio Marino dovrebbe stimolare una riflessione ormai improcrastinabile sul ruolo della stampa nel nostro paese. Abbiamo un sindaco al quale il popolo, nell’esercizio della sua sovranità tramite il voto, ha consegnato un mandato a governare laCapitale per cinque anni. Questo sindaco perde quasi subito l’appoggio politico del suo partito, che nel frattempo sta attraversando una fase di mutazione che neanche i supercattivi adolescenti nei fumetti americani, ma questa semplice evenienza non implica il decadimento del suo mandato (il sindaco lo indicano direttamente i cittadini, il partito è un tramite neppure necessario).

Oltre al partito, questo sindaco in men che non si dica fa incazzare anche tutti i poteri paramunicipali, deboli o forti che siano, che gravitano intorno alla città di Roma. Continua su Termometropolitico.it.

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