Nel laboratorio dell’Europa postmoderna

L’Europa, da patria del welfare state, è stata ridotta a laboratorio del postmodernismo liberista più selvaggio. Del modello sociale europeo non è rimasto ormai che un sottile vestigio.

europa_(wigu_3906778023@flickr_CC)

A pensarci bene, questa Europa costituisce il compimento del postmoderno in ambito politico-istituzionale ed economico. Letteralmente, di ciò che “viene dopo”. Ma “dopo” che cosa? Non c’è dubbio: “dopo” la stagione in cui lo Stato ha tentato di “contenere” e governare il capitalismo, di addomesticarne le crisi ed influenzarne le scelte, mediante la “politica economica”, la programmazione, l’intervento pubblico in economia. D’altro canto, per tutto il diciannovesimo secolo e parte degli anni venti, per dirla con James K. Galbraith, «il grande problema del capitalismo era stato la crescente gravità dei cicli economici, tra rapide espansioni e dure recessioni»[1], alle quali, salvando il capitalismo stesso, si era reagito, per l’appunto, con l’interventismo pubblico ed il welfare state. In ambito teorico, parliamo, più semplicemente, del salto di qualità dall’analisi di ciò che è (economia politica) all’elaborazione di ciò che deve essere (politica economica)[2].

La politica economica, com’è noto, si basa sulle relazioni tra variabili, “variabili-strumentali” e “variabili-obiettivo”[3]. Le prime rappresentano i mezzi attraverso i quali gli “agenti della politica economica” mirano al raggiungimento dei propri scopi, che coincidono, evidentemente, con le seconde variabili, quelle “obiettivo”. Agenti-strumenti-obiettivi: questa, quindi, la triangolazione alla base di qualsiasi modello di strategia economica. Ma chi sono gli “agenti di politica economica”? Beh, non potrebbero che essere gli Stati attraverso i loro governi, a loro volta legati al parlamento (o direttamente al corpo elettorale) da un vincolo di tipo fiduciario. Nondimeno, nella storia economica contemporanea, con la crisi del ‘29 che ha segnato una nuova svolta in tal senso, l’azione degli Stati in ambito economico non si è mai dispiegata isolatamente, bensì “in concorso” con le banche centrali, autorità monetarie nazionali, “strumentalmente” legate al potere politico. Quando i provvedimenti adottati hanno avuto come substrato l’interrelazione tra più variabili strumentali ed il conseguimento di una pluralità di obiettivi, si è parlato, sovente, più che di “politica economica”, di “programmazione economica”. Un caso recente di programmazione a medio termine è stato, ad esempio, l’American Recovery and Reinvestment Act (ARRA) adottato dall’amministrazione Obama nel 2009 per reagire alla crisi dei subprime[4]. In Italia, invece, gli ultimi tentativi, ancorché falliti, di programmazione economica risalgono agli anni ottanta[5].

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Foto Jeffrey Rowland CC-BY-2.0

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