Volkswagen, il prestigiatore tedesco

volkswagen (foto_jmsmytaste@flickr)

Misurando a spanne, le automobili prodotte ogni anno nel mondo sono, da qualche tempo, 60 milioni o poco più. 18 milioni in Cina, 15 nell’Unione europea, Germania in testa, 8 in Giappone, 4 in Corea e negli Stati Uniti, 2 in India e in Brasile (dati del 2013). In ogni regione l’industria automobilistica e ciò che la circonda è fondamentale per l’economia: la società nel suo insieme e il lavoro in ogni campo. Così l’auto, motore del capitalismo, è dovunque favorita e difesa; ogni opinione contraria è da condannare, come eretica e malsana. Chi attenta all’auto deve essere posto al confino. Si può aggiungere che la Cina è cresciuta in termini automobilistici in dieci anni, passando da uno o due milioni di inizio millennio al livello precipitoso di oggi; che gli europei si vantano di costruire le auto più sicure, veloci e meno inquinanti di chiunque altro; che i giapponesi costruiscono di fatto le auto nel modo più efficiente e lo sanno, mentre gli americani sono convinti che le auto, problema loro, siano fatte per andare a benzina. Ecco quindi rivelarsi lo spirito dei cinesi in procinto di scalare il mondo; quello degli europei, sicuri della loro superiorità ambientale e umana; quello dei giapponesi sprezzanti con le tecniche altrui; e infine degli americani sicuri del petrolio, una loro amatissima invenzione.

Tre gruppi automobilistici sopravanzano largamente gli altri: Toyota, General Motors e Volkswagen, tra i 9 e i 10 milioni ciascuna. La corsa al primato tra di esse è senza soste, anche se la crisi economica generale l’ha messa spesso in ombra. Da decenni, interi paesi e regioni sono stati invasi dai tre grandi che vi hanno esportato la produzione, comprato o chiuso gli impianti esistenti, prodotto direttamente auto intere o parti di esse, utilizzando lavoro operaio sottopagato.

Continua a leggere l’articolo di Guglielmo Ragozzino su Sbilanciamoci.info

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Foto J M cc-by-nc-sa 2.0

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