La peggio e la meglio Europa

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Durante la fase più acuta della crisi greca ci si poteva chiedere se l’Europa non avesse dato il peggio di sé. La frattura tra sostenitori dell’ortodossia e difensori della solidarietà, per semplificare, ha minacciato di far implodere la zona euro, ha aizzato gli europei gli uni contro gli altri e ha messo in pericolo l’edificio comune.

Una volta adottato il terzo piano di aiuti la tensione è calata e l’Unione sembrava pronta a ripartire quando un’altra crisi, anch’essa annunciata, è venuta a scuoterla di nuovo. L’ondata di rifugiati che giungono sul suo fianco sudorientale è cresciuta durante la primavera, in particolare con l’aggravarsi del conflitto in Siria e Iraq. Con il suo lotto di tragedie e di numeri – quasi 2.500 morti (annegati per la maggior parte) durante gli otto primi mesi dell’anno e oltre 320mila persone entrate in Europa secondo l’Ufficio internazionale delle migrazioni – mette a dura prova le capacità di accoglienza dei paesi dell’Unione, e ancor di più ha rivelato le contraddizioni della sua politica in materia di asilo e la mancanza di coraggio o di compassione di alcuni suoi dirigenti, come paralizzati di fronte all’ampiezza del fenomeno e più propensi ad assecondare le paure dei loro elettori, mettendo l’accento sugli aspetti legati alla sicurezza, che a fare ciò che è giusto. E soprattutto, la crisi in corso ha fatto scoppiare alla luce del sole un’altra frattura in seno all’Ue, molto più profonda e minacciosa per il progetto europeo.

Mentre i paesi del sud e dell’est europeo, Grecia, Italia e Ungheria in testa, sono sotto pressione, dovendo far fronte a centinaia, a volte, a migliaia di rifugiati al giorno, e che alcuni paesi d’Europa occidentale, Germania in testa, hanno finalmente deciso di aprire le porte, altri, in particolare quelli del gruppo di Visegrad dei paesi d’Europa centrale, rifiutano di accogliere nuovi rifugiati o di partecipare a qualsiasi sistema di quote vincolante – che è lo stesso. Alcuni si sono anche detti pronti ad accogliere unicamente rifugiati cristiani, considerati più “integrabili”, contrariamente ai musulmani – un argomento invocato anche dai movimenti populisti e xenofobi en Europa occidentale.

Oltre a compiere così una distinzione tra “buoni” e “cattivi” rifugiati contraria alla lettera e allo spirito del diritto di asilo, questo atteggiamento rivela la completa ignoranza (o è malafede?) riguardo a chi sono coloro che cercano rifugio in Europa. Perché la stragrande maggioranza non sono jihadisti, ma famiglie delle classi medie che fuggono dalla guerra e da regimi repressivi, molto simili a quelle che scappavano dai regimi comunisti in Europa centrale e orientale e che l’Europa occidentale ha accolto a braccia aperte. La paura di vedere i loro paesi relativamente etnicamente e culturalmente omogenei aprirsi al multiculturalismo così come è rappresentato dai mezzi d’informazione, con il suo corteo di sommosse, di ghettizzazione se non addirittura di terrorismo, giustifica secondo loro l’ostilità a qualsiasi forma di apertura.

Ma la cosa peggiore è che questo atteggiamento rivela una frattura all’interno dell’Unione sulla visione stessa di ciò che rappresenta e del suo futuro: deve rimanere una comunità di interessi essenzialmente economici o vogliamo andare oltre, verso un futuro comune basato su valori – solidarietà, apertura, laicità, tolleranza, libertà – che condividiamo?

Di fronte al silenzio delle élite europee, che Berlino ha coraggiosamente rotto dando l’esempio, una parte della risposta è arrivata dalla società civile, che ha saputo reagire accogliendo degnamente i rifugiati. Un po’ ovunque in Europa dei sindaci, delle associazioni, dei semplici cittadini si mobilitano per portare loro sostegno morale e materiale e ricordare che l’Europa è capace del peggio, ma anche del meglio.

 (Gian Paolo Accardo, direttore di VoxEurop.eu)

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Grafica: BS

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