Italia: la memoria corta di un popolo di emigrati

«Quando la memoria va a raccogliere rami secchi, ritorna con il fascio di legna che preferisce» recita un proverbio africano. La nostra, di memoria, ha portato a casa i rami degli “italiani brava gente”, ma ha lasciato a terra quelli di chi cercava un posto al sole in Libia o in Etiopia, magari bombardando con i gas i villaggi di gente inerme.

emigrazi-ital-'70_(ArchivioFFSS@flickr)

La nostra memoria ha dimenticato l’infamia delle leggi razziali, ha scordato di raccogliere i rami lasciati da chi, un tempo come oggi, è partito da un paese che non gli dà da mangiare. I dati Istat del 2013 ci dicono che sono più gli italiani andati all’estero degli stranieri arrivati in Italia. Oggi si è fatta ancora più corta, quella memoria. Facciamo presto a dimenticare chi muore per una guerra spesso scatenata da noi; o a causa di fame e miseria spesso dovute allo sfruttamento del Nord del mondo sul Sud; o per colpa di pazzi fondamentalisti che odiano l’Occidente, quell’Occidente non più capace di accogliere umanamente neppure chi fugge dai suoi stessi nemici.

Dimenticare significa perdere la nostra storia e la storia di tutti quelli come noi. Guardarsi in uno specchio e non vedere nulla dietro la nostra immagine se non un cupo e profondo nero, che assorbe ogni altra cosa, che non sia quella del momento, del presente. Siamo diventati così? Piatti? Senza profondità, sottili lamine di luce su uno specchio.

Leggi l’articolo dell’antropologo e scrittore Marco Aime pubblicato ieri su Il Fatto Quotidiano.

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Foto: Roma 1970 (part.), Archivio FFSS/Flickr

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