Ucraina, la guerra invisibile

ucraina_Debaltseve_24022015 (UnicefUA 16988862905 CC-BY)

Maiorsk Stazione.  E siano maledetti anche i fiordalisi, allora. Natalia è morta così: una bella mattina di sole, i fior di campo che ti vien voglia di cogliere, il tonfo sordo di una mina. A Maiorsk Stazione, un pugno di case nella terra di nessuno tra le bocche dei cannoni rivali, il verde infido del Donbass è dolce e seducente, ma tradisce. «Noi viviamo nell’occhio del ciclone, calma apparente e tutto intorno il disastro», dice Alexej, che con la moglie e altre dieci famiglie abita nel villaggio tra querce e roverelle, lungo uno dei corridoi principali che attraversano la frontiera tra il Donbass ribelle e l’Ucraina: cinque chilometri di bei campi (minati) tra le ultime casematte dei soldati di Kiev e i primi bunker dei ribelli della Dnr, la Repubblica popolare di Donetsk. «Ogni notte si bombardano, e di giorno si sparano fucilate tra le auto in attesa di passare e fuggono via». Dalla parte ucraina, molte centinaia di auto si distendono in code chilometriche prima di poter attraversare l’ultimo checkpoint, il più vicino al villaggio, dove i controlli sono scrupolosi e lentissimi. Alla sera il confine chiude i battenti fino all’alba, e ricominciano i botti.

Ufficialmente, la guerra è finita il 12 febbraio, quando è stato firmato il secondo accordo di Minsk e il mondo si è rimesso a guardare altrove; ma le bombe non hanno mai taciuto e ora la situazione si è ulteriormente deteriorata: due settimane fa gli osservatori dell’Osce sguinzagliati nel Donbass hanno contato 500 colpi di artiglieria pesante, altrettante la settimana precedente. Le chiamano «violazioni del cessate il fuoco», non guerra, ma si muore malvolentieri anche così.

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Foto: Debalsteve – UnicefUA CC-BY 2.0

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