Aziende italiane in Slovacchia: avviare confronti coi sindacati per crescere insieme

Un lettore ha voluto commentare gli articoli pubblicati in pochi giorni (uno e due) sullo sciopero in corso in due aziende di proprietà italiana nell’est della Slovacchia , facendo una riflessione ad ampio spettro sulle condizioni di lavoro in Slovacchia, che confrontate a quelle italiane sono molto più liberali/liberiste, e su quale può essere una soluzione per evitare scontri come quello in atto. Ricordiamo brevemente che gli operai – o meglio le operaie essendo in gran parte donne – del caso di cronaca stanno rivendicando un miglior trattamento e un aumento del salario del 15%, mentre il datore di lavoro vuole accordare solo un 10%. Il salario attuale di questo personale, secondo il quotidiano Hospodarske Noviny – si attesterebbe a 330 euro lordi mensili. Abbiamo ritenuto di pubblicare il commento come articolo, avendo tutti i crismi di un fondo di qualche spessore.

Gli articoli sullo sciopero delle maestranze delle aziende italiane di calze in Slovacchia  mi spingono ad una libera riflessione, che non vuole certamente condannare od assolvere aziende o maestranze, non è certo nè il mio ruolo nè il luogo adatto.

Il caso dello sciopero degli operai nell’azienda italiana di collant in Slovacchia non è altro che la logica conseguenza di quanto accade in una economia in costante sviluppo.

Il salario nominale (o monetario) erogato dalle aziende slovacche ai lavoratori non corrisponde più al salario reale che di fatto rappresenta il potere d’acquisto del salario nominale, cioè la quantità di beni e servizi che il lavoratore può ottenere con esso. Di conseguenza, il salario reale è pari al salario nominale diviso per un indice dei prezzi (infatti, a parità di salario nominale, il salario reale sarà alto se i prezzi dei beni e dei servizi sono bassi, e viceversa).

Chi ha avuto modo di risiedere in Slovacchia non solo di abitarci ma di “viverci” nel senso allargato del termine, avrà constatato personalmente di quanti e quali cambiamenti sono intervenuti in pochi anni, soprattutto in tema di potere d’acquisto.

L’imprenditore che in Slovacchia ha azienda, può godere di una legislazione sul lavoro improntata al principio della libertà, ovviamente paragonata a quella italiana. I contratti a tempo indeterminato, così come li intendiamo noi, non esistono e il posto fisso nel privato è meno che una chimera. Tuttavia l’impalcatura dell’assistenza sociale è fragile, richiede notevoli adeguamenti strutturali, così come le istituzioni in generale.

Sicuramente il fattore della flessibilità è la ricetta del successo di un paese che può contare su una crescita economica in continua evoluzione, dati economici temporanei a parte (anno 2009 crisi mondiale). Quest’anno il paese ha di nuovo ingranato la marcia della ripresa, secondo le ultime stime si attende per quest’anno una crescita limitata all’1,2% che però dovrebbe aumentare negli anni a venire.

Nessuna meraviglia pertanto di quanto accaduto, ora è doveroso interpretare il messaggio che le maestranze hanno inviato all’azienda, piuttosto che opporsi aprioristicamente alle ormai inevitabili richieste, potrebbe essere colta l’occasione per avviare dei confronti azienda-sindacato che non siano finalizzati alla sola questione “stipendio” ma alla crescita comune, al coinvolgimento, non rinunciando alla libertà di impresa e alla conseguente libera contrattazione salariale.

Non dimenticandoci che noi italiani in questo settore siamo esperti, preparati e soprattutto possiamo contare su un bagaglio di esperienze non da poco, utili a formulare proposte, “vision” moderne e all’avanguardia, così come i prodotti manifatturieri che sappiamo realizzare grazie alla nostra immancabile e quasi unica creatività.

Si afferma spesso che le aziende hanno il loro fulcro nelle persone, piuttosto che nei macchinari e che la loro crescita (o disfatta) è proporzionale al diretto coinvolgimento dei suoi collaboratori alla “vision” aziendale. Credo che gli slovacchi, grazie al loro carattere mite e cordiale, abbiano ancora molto da imparare, così come noi italiani all’estero abbiamo ancora molto da ricevere.

(Walter Piacentini)

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