Pablito Rossi a Bratislava: “mi sarei giocato tutto per vincere quel Mondiale” – Intervista

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Alcuni giorni fa abbiamo incontrato Paolo Rossi, l’eroe del Mundial di Spagna del 1982, il terzo vinto dagli azzurri, divenuto leggendario per la sonora sconfitta del Brasile 3-2, la tripletta italiana che è firmata Pablito ed è a sua detta la cosa di cui rimane più orgoglioso in carriera. Una notte, quella del 2 luglio 1982 a Barcellona, che molti ricordano ancora meglio della partita finale, vinta a Madrid contro la Germania con il punteggio 3-1.

Paolo Rossi, che oggi ha 58 anni e commenta gli incontri di calcio per Sky, ha avuto una carriera lunga e piena di soddisfazioni, militando in Juventus, Vicenza, Perugia, Milan e Verona dove ha appeso le scarpe al chiodo nel 1987, ma quel mondiale è rimasta per lui la gemma da mettere al bavero della giacca per il resto della vita.

La popolarità di Paolo Rossi, divenuto Pablito per acclamazione dopo quell’esperienza, è tuttora intoccata, e dovunque vada trova estimatori. Non in Brasile, però, dove una volta un tassista gli ha imposto di scendere, perché non aveva intenzione di portare in giro il “killer” dell’82, colui che a detta di qualcuno avrebbe ucciso il calcio bello e spensierato del Brasile degli anni d’oro. Rossi si è difeso dicendo che gli si danno troppe responsabilità. In realtà il Brasile dovrebbe ringraziarlo, perché da quel mondiale perso per troppa disinvoltura hanno imparato a difendersi meglio e a coprirsi di più.

Di seguito le risposte di Pablito alle nostre domande:

BS: Vincitore nel 1982 di un Mondiale ormai mitizzato, miglior giocatore e marcatore del Mondiale, e nello stesso anno pure Pallone d’oro. Riconoscimenti che non molti colleghi possono vantare nemmeno in una intera carriera. Avevi coscienza del timore per quello che sarebbe venuto dopo? Di non riuscire a mantenere lo stesso livello e deludere un sacco di gente?

PR: «Tutto questo fa parte del gioco, mai avere il timore di deludere, se hai una buona autostima e fai tutto quello che è nelle tue capacità non devi mai avere paura di niente e di nessuno. Temperamento e carattere sono un buon aiuto nei momenti difficili, mai abbattersi, bisogna cercare di essere positivi anche quando le cose non girano a tuo favore».

Quando si è al massimo, e osannati da tutti, si è consapevoli di essere degli eroi per migliaia – a volte anche milioni – di appassionati? E dunque anche di essere degli esempi da seguire per generazioni di giovanissimi? Tu hai mai sentito questa responsabilità?

«Ho sempre avvertito di essere guardato a vista da milioni di bambini e proprio in virtù di tutto ciò ho sempre cercato innanzitutto il comportamento, leale, onesto, sincero, e di essere un esempio positivo sotto tutti gli aspetti, sia in campo che fuori dal campo. Non penso di avere disatteso queste aspettative».

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Per arrivare a certi livelli non basta il talento, servono anche molti sacrifici, fatti ad una età che ovviamente non tornerà più. Mai avuto rimpianti? Qualcosa che ti sei perso, che hai trascurato?

«Non ho mai sentito il peso dei sacrifici, per me è sempre stato un grande piacere allenarmi, correre , sudare, andare a letto presto la sera. Per me era normalità quello che gli altri ritenevano essere sacrifici, anche quando gli altri ragazzi della mia età frequentavano le discoteche, uscivano con le ragazze, fumavano qualche sigarette . Quando tu fai una cosa che è per te la passione di una vita non senti assolutamente il peso di niente. Ho sempre ritenuto un grande privilegio poter giocare al calcio con la possibilità di metterti in mostra ed esprimere le tue qualità».

Al fischio conclusivo dell’arbitro nella finale del Mundial ’82 con la Germania, hai detto che non riuscivi ad accettare che tutto fosse finito, avresti voluto continuare a godere di quel momento di felicità intensa, che sapevi non essere eterno. Dicesti che i momenti di vera felicità nella vita sono rari e durano solo attimi.

«È la sacrosanta verità, avrei voluto che quel mondiale non finisse mai per continuare a godere di quei momenti rari, unici, autentici. La felicità non è una condizione permanente, in assoluto sono solo attimi, istanti che vedi svanire molto velocemente. In quei momenti sapevo già che non avrei mai più vissuto una cosa del genere. Si mischiava così alla gioia un fondo di amarezza».

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Cosa ti rimane di più di quella esperienza (il Mundial ’82)? Una sensazione, una immagine, un odore? Erano diverse le sensazioni alla vittoria contro il Brasile e in seguito quelle della finale con la coppa in mano?

«La partita contro il Brasile è la mia partita, il match della vita, una specie di dentro o fuori. Senza alcuna possibilità di recupero. Mi sarei giocato tutto, reputazione, onore, considerazione . Qualcuno da lassù, quel giorno, ha voluto che io fossi quell’attore principale che avrebbe condotto la nazionale italiana a una vittoria storica, epica. Con quei 3 gol sarei diventato l’eroe del match, un uomo di fama mondiale ricordato da tutti per avere cacciato all’inferno i poveri brasiliani. Quella partita ancora oggi è definita e descritta come la “disfatta del Sarrià”. Quello che mi è rimasto del mondiale ’82 sono mille sensazioni e mille odori. Ho ancora negli occhi e nella mente l’immagine di Enzo Bearzot, C.T. della nostra nazionale, con la Coppa del mondo tra le sue mani portato in trionfo dai suoi ragazzi così come quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, si alzava in piedi sulla tribuna a ogni gol degli azzurri. E poi tutti i miei compagni, mi passano davanti agli occhi perlomeno una volta al mese quando il mio pensiero corre al mondiale di Spagna ‘82. E le immagini più belle rimangono  le bandiere tricolori dentro lo stadio Santiago Bernabeu alla fine di Italia – Germania, la finalissima. Per un attimo mi sono sentito il rappresentante di una nazione intera, una sensazione unica. Quella sera tutti gli italiani, anche per un attimo soltanto avrebbero voluto essere Paolo Rossi».

Cose che ritornano sempre nella cronaca sportiva ma anche giudiziaria italiana. Anche pochi giorni fa, una nuova calciopoli… Come mai torniamo sempre lì? È solo debolezza umana?

«Sì, sembra che la storia non cambi mai. Io penso che, oltre che a debolezza dell’uomo, si tratti della nostra cultura. Credo che siamo più portati (di altri – ndr) a subire certe cose. Non tutti, ma una parte di questi cercano sempre delle scorciatoie per arrivare. Io non ci credo a questo. Io voglio pensare che i campionati siano puliti, che non ci siano accordi, che non ci siano congiure di palazzo, questo è quello che vogliamo, a cui aspiriamo tutti. E questo è un frutto della cultura sportiva che noi in Italia non abbiamo molto. Siamo appassionati di sport, ma non abbiamo una cultura sportiva».

(P.S.)

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