Trent’anni dopo, che cosa rimane di Schengen

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Che i movimenti xenofobi e nazionalisti europei reagiscano al recente aumento del numero dei rifugiati e dei migranti che cercano asilo o fuggono dalle guerre e dalla miseria tentando la loro fortuna in Europa (più 870 per cento in un anno secondo l’ACNUR in Grecia) non dovrebbe stupire – in fondo, l’ostilità nei confronti degli stranieri fa parte, piaccia o meno, del loro core business. E quindi il fatto che il governo nazional-populista ungherese abbia annunciato di voler costruire una barriera di 175 chilometri al confine con la Serbia, benché deplorevole, è quasi comprensibile.

Quel che invece è nuovo è che i partiti cosiddetti democratici di destra o di sinistra, al potere nella stragrande maggioranza dei paesi europei, si stanno allineando sulle stesse posizioni e reagiscono alla sfida che comporta questo afflusso in modo sempre più duro e isolato. Convinti di rispondere a un’opinione pubblica che appare ipnotizzata dai discorsi xenofobi, sembrano incapaci di compiere un minimo di pedagogia – o di leggere le statistiche sul rapporto costi-benefici dell’immigrazione – e di dar prova di quella solidarietà che dovrebbe essere uno dei valori fondanti dell’Unione.

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Così, se la leader del Front national francese Marine Le Pen rivendica l’uscita pura e semplice della Francia dall’accordo di libera circolazione di Schengen (come pure dall’euro), sostenendo che l’assenza di controlli alle frontiere rafforza l’immigrazione clandestina, anche i Repubblicani, come si sono ribattezzati i neogollisti di Nicolas Sarkozy, sembrano allineati su posizioni molto simili. Il sindaco di Nizza Christian Estrosi ha così affermato di volere “riformare Schengen, a costo di uscirne”, mentre Sarkozy ha chiesto tempo fa uno Schengen 2, che dia agli stati la possibilità di sospendere la sua applicazione per una durata indeterminata se i controlli alle frontiere di uno dei paesi membri si rivelano “carenti”.

Come ricorda Le Monde però, “riformare o uscire da Schengen richiederebbe il consenso all’unanimità dei 26 paesi membri dell’accordo”, oltre a rappresentare un notevole costo, tra agenti incaricati di controllare una per una le persone che entrano nel paese e procedure per i visti, e mancati introiti dovuti al calo del turismo.

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Foto Rock CohenFif’ CC-BY-SA

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