Omaggio a Dante: il passaggio dal Purgatorio al Paradiso – conferenza di Gabrio Vitali

gabriovitali_IICPubblichiamo di seguito il testo della conferenza tenuta alcuni giorni fa dal prof. Gabrio Vitali nel corso di un Omaggio a Dante organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava. Ringraziamo il professore per aver messo su carta appositamente per Buongiorno Slovacchia questo testo, da lui declamato a braccio nella conferenza, che ci aveva molto colpito per lucidità e bellezza d’interpretazione, sul Canto XXVIII del Purgatorio


L’argomento di questa mia chiacchierata dantesca riguarda un passaggio molto particolare, ma veramente illuminante dell’Itinerarium mentis in deum percorso dall’Aligieri nell’intera sua opera. Ogni frequentatore di Dante sa che quasi ogni Canto della Divina Commedia, a voler guardare bene, si presta a essere espressivo ed esemplare dell’intero percorso, ma io penso che il XXVIII Canto del Purgatorio, in verità non molto frequentato, abbia particolarità tematiche, stilistiche e di struttura davvero uniche nell’intero viaggio dantesco. In questo Canto, Dante compie il suo ingresso nel Paradiso Terrestre, avendo ormai raggiunto lo stato di libertà e di grazia che è necessario per entrare direttamente nel mondo di Dio, per comunicare senza mediazioni con lui e per riceverne l’illuminazione di amore e conoscenza che porta alla salvezza. Il Dante personaggio, che ha fatto, in nome di ogni uomo, la terribile esperienza del male nell’Inferno, e che ha saputo emendarsi e purificarsi nel Purgatorio, ora è pronto per l’incontro con Beatrice, la sapienza divina, la teologia, l’amore di Dio che salva. Ma anche il Dante autore si sente pronto e l’incontro con Matelda nel giardino dell’Eden è un riconoscimento e una certificazione che la sua capacità poetica ha raggiunto la perfezione espressiva necessaria per poter parlare del mondo di Dio, un mondo appunto di conoscenza e amore, il mondo della parola divina che trascende il linguaggio umano. I due piani, quello teologico e quello poetico sono intrecciati in modo inestricabile in questo Canto, dove Dante esprime una delle forme più alte e complete della sua parola poetica. Vediamone pertanto il dettato, per capire subito di cosa stiamo parlando.

Dante e Matelda nel Giardino dell’Eden, John W. Waterhouse, 1914-17    (@wikicommons) 

Conclusa la scalata del Purgatorio, quindi, Dante si affaccia finalmente sull’incanto del Paradiso Terrestre. All’inizio del XXVIII Canto, infatti, il poeta si trova sul bordo dell’altipiano edenico, che si apre sulla cima dell’immensa montagna purgatoriale, fatta a zigurrat, lungo i cui sette gironi si purificano, in preghiera e in sofferenza, le anime penitenti che egli ha a lungo incontrato. Davanti a lui si estende una foresta illuminata dalla luce della primavera e immersa in una prodigiosa fioritura. Il fruscio di una brezza lieve muove dolcemente da un lato le cime degli alberi, senza turbare gli uccelli posati sui rami, che levano al sole il loro cinguettio. Fiori dai mille colori contrappuntano prati e chiome frondose, come le corone dei maggi delle feste di primavera toscane. Le acque di un ruscello, purissime e luminose nonostante l’ombra degli alberi, piegano verso sinistra i ciuffi d’erba che riescono a lambire nel loro scorrere. Una fanciulla incantevole e misteriosa dallo sguardo innamorato, che poi sapremo chiamarsi Matelda, avanza cantando verso Dante, raccogliendo o forse solo accarezzando i fiori intorno a lei. L’espressione del suo viso, i modi e i gesti ch’ella compie richiamano al pellegrino le immagini, ispirate alle Metamorfosi di Ovidio, di Proserpina, prima del rapimento e di Venere che s’invaghisce di Adone. La prega, allora, di avvicinarsi per udire meglio la melodia del canto e intanto sente di odiare quel piccolo fiume che la separa da lui, più di quanto Leandro da Abido non odiasse l’Ellesponto in tempesta che, sempre in Ovidio, ma nelle Eroidi, gli impediva di nuotare dalla sua bella Ero, che stava a Sesto, sull’altra riva. Lei si volge in un leggero e perfetto passo di danza, con l’intensità dolce di un giro di tango e ora guarda Dante con occhi d’amore. Le sue labbra sorridono e continuano a modulare le parole di un salmo di ringraziamento a Dio per la bellezza del Creato. Ella subito presenta quel luogo come il Paradiso terrestre che Dio aveva assegnato come residenza all’uomo appena creato, perché vi vivesse una vita in stato di grazia e in piena armonia col Creatore e col Creato: è stato l’uomo a strapparsi per sempre da lì colla sua ubris, col suo peccato d’oltracotanza, col suo desiderio smisurato e sfrontato di diventare come Dio. Poi, Matelda si rivolge a Dante, che gliene aveva domandato, e gli svela il mistero del vento e dell’acqua in quel luogo d’equilibrio armonioso e perciò privo di ogni perturbazione atmosferica. La brezza leggera che piega le cime degli alberi non nasce da cambiamenti di pressione, ma dalla carezza dei cieli che ruotano attorno a questo meraviglioso giardino, cui rapiscono semi e spore che fanno piovere sulla terra abitata, dall’altro capo del mondo, originandone la vegetazione. Quel giardino incantato dell’Eden è così concepito anche come l’inesauribile semenzaio della vita arborea sulla terra. E l’acqua non viene da piogge o da nevi, ma zampilla ininterrotta da una sorgente generata direttamente dal Creatore e, subito, si divide in due fiumi: l’uno, il Letè, che scorre a sinistra, fa scordare a chi vi si immerga le cattive azioni commesse, l’altro, l’Eunoè, che flutta a destra, fa ricordare invece ogni opera buona. L’anima che giunge in quel luogo deve compiere questo doppio battesimo in modo simultaneo, per poter salire poi nella beatitudine del Paradiso vero e proprio. Anche Dante, nel Canto seguente, dovrà immergersi nelle acque dei due fiumi, in una sorta di rito iniziatico e battesimale, che sarà proprio Matelda a celebrare. La fanciulla dell’incantamento, infine, svela a Dante che solo gli antichi poeti, in un mondo ancor privo della parola di Dio, avevano intuito l’esistenza di quel luogo di straordinaria armonia e l’avevano chiamato Parnaso, vale a dire il luogo dove siedono Apollo e le Muse, le divinità ispiratrici di ogni poesia. E avevano desiderato tanto di poterci tornare.

Le domande che rimangono inevase, dopo questo racconto, sono sostanzialmente due, intriganti e fondamentali. Chi è e che cosa rappresenta per davvero la misteriosa Matelda? E perché questo riferimento finale al Parnaso, il mondo della poesia, presentato come anticipazione poetica del Paradiso Terrestre, il mondo dell’armonia con Dio? Per provarmi a rispondere a questi interrogativi, devo richiamare prima due presupposti di diversa natura: il primo di carattere sia antropologico che teologico, il secondo di valore sia linguistico che narrativo. Vediamo.

Matelda, Gustave Doré     (@wikicommons)

 

La struttura antropologica della narrazione dell’intera Commedia dantesca è quella classica e circolare del nostos, vale a dire del viaggio di ritorno, proprio come quello famoso di Odisseo, l’eroe della conoscenza antica. Ma mentre quest’ultimo compie il suo itinerario in senso orizzontale e, come in un rito iniziatico, si sottopone alle sfide del destino e degli dei e compie l’esplorazione di altri mondi per meritarsi il ritorno in patria, il personaggio dantesco svolge il suo itinerario in senso verticale, secondo la struttura ascendente dello schema cristiano della caduta, del pentimento e della resurrezione. Il popolo di Dio, costretto all’esodo dalla casa del Padre a causa dei suoi peccati, riscattato dall’incarnarsi del Verbo nella storia e dal sacrificio del Cristo che ristabilisce l’alleanza con Dio, può trasformare il viaggio della vita terrena in un nostos, cioè in un ritorno all’armonia perduta, al mondo di felicità e di grazia e ricongiugersi con Dio. Questo schema inquadra insieme l’intera storia dell’umanità e la storia personale di ciascun uomo che dalla condizione di lontananza da Dio, nel peccato, sappiano ritornare a lui, nella beatitudine eterna del suo amore. L’evento che trasforma, come un meccanismo risolutore, la dispersione dell’esodo nel ricongiungimento del nostos è il sacrificio del figlio di Dio, cioè di Dio stesso, l’unica vittima che, sacrficata, può restituire al Padre quel sacro che l’umanità ha violato col sacrilegio del peccato originale di ogni altro peccato, l’ubris, cioè l’oltracotanza. Ogni movimento del Creato, da quello dei cieli mossi dagli angeli a quelli degli uomini nella vita terrena, nasce dall’amore gratuito di Dio verso le creature e dal desiderio di queste di reimmergersi per sempre in quell’amore. È il movimento circolare e immenso che muove tutta la Creazione che Dante pone al centro della sua cosmologia cristiana e che illustra da par suo nei canti centrali della Divina Commedia (il XVI e il XVII del Purgatorio), che di quella cosmologia è la grande metafora oltre che lo straordinario racconto. Ma l’uomo, che porta in sé la natura spirituale e quella materiale, è portato da quest’ultima verso il mondo della materia che è il Male e perciò la lontananza definitiva dal Bene, cioè da Dio. Il peccato è la Morte insita nella natura della materia, la virtù del Cristo è la Vita, che libera lo spirito dalla materia. Solo il sacrificio della Croce, dunque, riconsegna all’uomo la possibilità di riguadagnare l’equilibrio, fra le due sue nature, a cui Dio l’aveva destinato in origine e che è rappresentato dall’armonia dell’Eden perduto. Il sacrificio come forma di restituzione del sacro diventa dunque teologicamente per Dante l’unica possibilità di ricostruire l’armonia perduta dall’umanità originaria e recuperabile solo da ogni singola anima, che ne assuma il valore liberatorio dal Male per riconquistare amore e conoscenza, che sono, insieme, la natura di Dio e del suo mondo di appagamento di ogni desiderio del Bene.

Se è permessa una breve digressione, posso esemplificare rapidamente il rapporto fra amore e conoscenza, così come lo pone Dante nel corso di tutta la sua opera. Da un raffronto, infatti, fra i ventiseiesimi canti della Divina Commedia, emerge come l’itinerario verso la pienezza della beatitudine e della riunificazione dell’anima con Dio avvenga attraverso la progressiva fusione di amore e conoscenza e attraverso un affinamento costante della parola poetica che li esprime. Ma nel XXVI Canto dell’Inferno, nella figura di Ulisse, l’intelligenza che vuole conoscere e l’amore per il Bene che dovrebbe guidarla appaiono ancora scissi; e la parola poetica non può che esprimere l’inganno (la frode) che tale scissione origina nell’animo umano. Mentre nel XXVI Canto del Purgatorio, nella figure di Guido Guinizelli e di Arnaut Daniel, la poesia d’amore dei maestri provenzali e stilnovisti viene valutata ancora insufficiente all’intelligenza del vero Bene cui l’amore deve tendere, perché è stata rivolta a cantare soltanto l’esperienza terrena dell’amore e non è arrivata a conoscerne la vera essenza e il vero fine, cioè Dio. È solo nel canto XXVI del Paradiso, durante l’esame di S. Giovanni a Dante sulla Carità, che la parola del poeta può raccontare la completa fusione di amore e conoscenza, intesa come perfetta comunione con Dio. Il confronto tra i tre Canti XXVI aiuta quindi a spiegare l’evoluzione e la conclusione della relazione fra amore e conoscenza proposta da Dante nella Commedia.

dante (allegoria di Agnolo Bronzino, c.1530)
Dante guarda al Monte del Purgatorio (part., Agnolo Bronzino, c.1530)

Quest’ultima considerazione, con il suo riferimento alla continua ricerca della parola che Dante compie, mi consente di introdurre il secondo presupposto di cui la mia interpretazione ha bisogno, quello di tipo linguistico e narrativo. Chi legge la Divina Commedia impara presto che il suo autore comprende la creazione come opera trinitaria, ossia come opera di Dio compiuta attraverso il Figlio, la Parola, nella forza del suo compagno inseparabile, il soffio, lo Spirito. E la sua opera, fin dal I Canto dell’Inferno, è pensata e proposta come parola profetica ispirata da “sapienza, amore e virtù”, cioè dall’essenza trinitaria stessa di Dio. L’universo non solo è opera di Dio, ma è abitato dalla presenza di Dio, ed è perciò destinato alla salvezza, alla divinizzazione. Per questo scopo teleologico di salvezza del mondo e dell’uomo che lo abita, lo scriba dei, perdutosi nella selva oscura, si accinge al viaggio verso la salvezza e alla sua narrazione nel nuovo libro-profezia, che Dio stesso gli ispira e gli assegna come destino.

Nella Commedia, pertanto, ancora una volta s’incarna il Verbo che viene a salvare il popolo di Dio perduto nel peccato e irretito dal Male. Dante lo dice chiaro e altrettanto chiaro dice che la sua parola deve rendersi degna e capace di esprimere la Parola di Dio. L’uomo, che possiede entrambe le nature della creazione, è concepito e si concepisce perciò come fatto a immagine e somiglianza di Dio. E tale apparentamento della creatura al suo Creatore ha un preciso fondamento nella capacità di parola. Da un lato, infatti, la Parola di Dio, vale a dire il Verbo, ha la capacità di creare il mondo e, attraverso il Figlio che s’incarna nella storia dell’uomo, ha quella di salvarlo. Dall’altro, la parola dell’uomo ha la facoltà dare senso al mondo e di comprenderlo e, pertanto, di raccontarne la storia e il destino. Purché tuttavia recepisca in sé la Parola divina, ne sia cioè ‘informata’ e ne divenga perciò ‘significante’. E la più alta forma di parola che l’uomo può esprimere, quella che assomiglia di più all’analoga facoltà divina, è la poesia, cioè il poiein, la capacità di ‘fare’, di creare significato. Perciò il Dante poeta diventa anche ‘profeta’, cioè capace di parlare la Parola di Dio.

Dante nel Paradiso, Gustave Doré     (@wikicommons)

Come qualsiasi altro scrittore, anche lui, accingendosi alla sua opera, deve inventare prima di ogni altra cosa il proprio linguaggio narrativo, la lingua della sua poesia. Ma, a differenza di ogni altro scrittore, Dante non ha intorno a sé un contesto linguistico consolidato e già sperimentato, da cui selezionare la propria specifica capacità di parola. Egli si trova ancora in un contesto linguistico in formazione, caratterizzato da diverse e non amalgamate koiné di una lingua ancora in gestazione, quindi non deve inventare soltanto la propria lingua poetica, ma deve creare una lingua tout court. E lo deve fare trovando i registri linguistici più vari, dai più elevati e spirituali ai più bassi e realistici, perché egli deve interrogare ed esprimere tutti gli aspetti e tutti i livelli dell’esperienza terrena dell’uomo e della sua storia, deve parlare della più sublime aspirazione verso Dio e il suo amore e, insieme, della più miserabile e abietta vocazione al Male e all’odio. Da qui il suo prodigioso “plurilinguismo”, la sua varietà di parola, di lingua e di registro. Da qui l’invenzione dantesca dell’impianto originario e complessivo della lingua italiana, della lingua mia e di ogni altro parlante italiano che abbia o no mai letto o che mai leggerà la Divina Commedia. Ma, per parlare di Dio che è l’Amore che irrora e muove l’intera creazione e che ne informa e governa la storia, la parola-poesia di Dante deve farsi poesia d’amore, deve saperne esprimere l’infinita “dolcezza” e la stupefacente “novità” (straordinarietà): il dolce stil novo del giovane Dante e dei suoi tanto amati compagni di poesia.

È la poesia d’amore la più alta forma di parola con cui l’uomo può attingere alla natura stessa della forza che muove il mondo, l’Amore di Dio. E sono perciò le più compiute e raffinate esperienze di poesia d’amore della letteratura medievale, quella provenzale di Arnaut Daniel e quella stilnovista di Guido Guinizzelli, di entrambe le quali Dante si è già proclamato erede e continuatore nel più sopra citato XXVI Canto del Purgatorio, a costituire la tradizione poetica che gli consente di misurarsi con l’impresa eccezionale di costruire una poesia adatta ad esprimere la natura e il mondo di Dio, come egli sta per accingersi a fare nel Paradiso. Alla fine del XXVII Canto, Dante è stato incoronato da Virgilio (la sua ‘ragione’, la sua ‘intelligenza del Bene’ e perciò la sua guida nel viaggio fino al recupero dello stato di grazia del Paradiso terrestre) papa e imperatore di se stesso, cioè non più bisognoso delle guide terrene (il Papa e l’Imperatore, appunto) che Dio ha preposto, con compiti diversi e non sovrapponibili, a condurre la societas christiana verso la salvezza. Egli è adesso libero dal Male e dal suo peso che trascina verso il basso e la perdizione. Ogni sua decisione, ogni sua scelta presuppone ormai, alla fine del viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, una rigenerata vocazione naturale verso il Bene, quella stessa vocazione che Dio aveva dato ad Adamo prima della disobbedienza e della caduta. Dante può entrare ora nel mondo di Dio, può, come dirà lui stesso, indiarsi. Ma non basta. Egli deve anche tornare fra gli uomini e scrivere il nuovo Libro di salvezza, deve cantare il rinnovato progetto di salvazione, deve proclamarne la profezia. Per questo Dante ha bisogno di un altro tipo di certificazione: quella della maturità della propria poesia. Della sua capacità di raccontare Dio.

Ed è questa certificazione che Dante stesso si dà nel racconto del XXVIII Canto che stiamo commentando. L’esuberanza delle raffinate e classiche immagini stilnoviste, nella descrizione dell’incanto della foresta e della fioritura nel giardino paradisiaco. L’impiego delle parole chiave di quella scuola poetica: dolce, che esprime qualcosa di così piacevole da accarezzarti l’anima; soave, che significa qualcosa di così sublime da scioglierti la mente; e, soprattutto, la parola iniziale del Canto, vago, che indica qualcosa di così bello e desiderabile da essere indicibile, potremmo dire ‘ineffabile’. La grazia, il garbo, la squisitezza nel presentare l’epifania, cioè l’apparizione di Matelda, che nel canto loda e nel gesto ritualizza la creazione di Dio e che seduce Dante con il suo procedere a passo di danza per liberare, all’incontro, tutta la luminosità del suo sguardo. L’idea che quel giardino contenga tutti i germi della vita della natura che la costante carezza dei cieli diffonde di continuo sulla terra abitata dagli uomini. L’idea che l’acqua, da sempre fonte e simbolo della vita, scorra nei due fiumi che liberano dal ricordo stesso del male commesso e consentono tutta la riappropriazione del bene che si è operato. E, infine, il raffronto fra quel luogo di equilibrio e di grazia creato da Dio per l’uomo e il mondo dell’armonia e della bellezza che la poesia consente all’uomo di recuperare. Ecco, tutto questo non può che persuadere chi legge che Dante voglia dirci quanto, non solo, la sua anima sia pronta a tornare da Dio, ma che anche la sua parola è ormai pronta all’incontro con la poesia più alta, quella che gli può consentire di cantarne la Bellezza e l’Amore. Matelda è dunque la compiutezza della parola umana che si esprime nella Poesia ed il Paradiso terrestre è il luogo che questa ci consente di abitare felici.

Grazie a tutti per avermi ascoltato.

Gabrio Vitali

Bratislava, 11 giugno 2015

Gabrio Vitali, bergamasco da tempo appassionato lettore e interprete di Dante e della Divina Commedia, è docente di letteratura italiana al Gymnàzium ul. Ladislava Sàru, il liceo bilingue di Bratislava. Prima di arrivare in Slovacchia ha insegnato in diversi istituti della sua città, è stato co-fondatore della casa editrice Moretti & Vitali e della rassegna poetica BergamoPoesia.

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