Non dimentichiamoci dei bambini. Successo a Bratislava dello spettacolo “Volpino e la Luna”

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La Compagnia teatrale L’Asina sull’Isola, nata molti anni fa dall’incontro tra due artisti, la slovacca Katarina Janoskova e Paolo Valli, ha tenuto due spettacoli molto apprezzati qualche giorno fa in Slovacchia nell’ambito del festival Dolce Vitaj.  Il linguaggio che i due hanno scelto per le loro rappresentazioni, pur se concepite come libero gioco multimediale, è profondamente basata sulle tecniche del teatro d’ombre, dove, come in questo caso, sul palco solo solamente un telo bianco, una sedia, un grande libro. E tante ombre, che in una specie di “lanterna magica” creano figure e danno loro vita propria.

Di seguito l’intervista a Katarína Jánošková e Paolo Valli, a cura di Roberta Biandolino.

Ci raccontate come nasce la compagnia l’Asina sull’Isola e come si è sviluppata la passione per il teatro delle ombre?

Katarína. Sicuramente abbiamo due background molto diversi: io mi sono laureata all’Università di Praga mentre Paolo ha fatto un lungo percorso formativo con varie compagnie teatrali italiane e, soprattutto, con il teatro Gioco Vita, specializzato nell’utilizzo delle ombre. Ci siamo conosciuti come colleghi e dopo poco abbiamo pensato di creare la compagnia l’Asina sull’Isola mescolando due linguaggi molto diversi dal punto di vista artistico: quello del teatro di figura e di attore, molto sentito nel centro-Europa, e quello visivo legato al mondo delle ombre. Prima di incontrare la compagnia di Paolo non conoscevo questo tipo di teatro che, sin da subito, mi ha affascinata, anche perché si trattava di un universo completamente nuovo per me.

Paolo. La passione per questo tipo di teatro dura da più di 30 anni e, nonostante ciò, sono ancora incantato dalla possibilità di inventare nuovi modi per raccontare storie attraverso particolari giochi di luci ed ombre. Trovo ancora più interessante l’attitudine della nostra compagnia alla sperimentazione. Abbiamo un repertorio di una decina di spettacoli e siamo riconosciuti perché, pur mantenendo il comune denominatore del teatro d’ombre, continuiamo a fare ricerca e a provare nuove strade artistiche.  Siamo una compagnia microscopica formata essenzialmente da me e Katarína, ma abbiamo la fortuna di collaborare con altri artisti e questo arricchisce la nostra ricerca e la diversità dei nostri spettacoli. Forse non smetteremo mai di sperimentare!

Lo spettacolo Volpino e la Luna è ispirato alla favola scritta da Loris Malaguzzi “Volpino l’ultimo ladro di galline”. Da cosa nasce questa ispirazione?

L’ispirazione nasce a Reggio Emilia, città in cui viviamo e città di Loris Malaguzzi. In particolare, l’idea è partita da Reggio Children, un’istituzione legata alla didattica, famosa in tutto il mondo e resa celebre da diversi personaggi tra cui Loris Malaguzzi e Gianni Rodari.

Malaguzzi era un pedagogista di professione e un giorno si divertì a scrivere questa storia un po’ per diletto. Sembra paradossale, ma quando la pubblicarono, venne disegnata da un’illustratrice ceco-slovacca. In occasione della prima edizione di Reggio Narra, la città di Reggio Emilia ci chiese di mettere in scena questa storia. Volevamo creare un libro d’ombre dal quale potessero uscire non soltanto parole ma anche immagini. Abbiamo cercato, volutamente, di lavorare con semplicità. Nello spettacolo tutto avviene davanti ai bambini: suoni, luci e trucchi per dimostrare che il gioco e la poetica possono nascere da cose estremamente semplici.

Come mai, tra i tanti generi teatrali, avete deciso di dedicarvi al pubblico dei più piccoli? Avete notato differenze a livello di interazione, attenzione e partecipazione del pubblico nelle diverse città europee in cui avete portato il vostro spettacolo?

Paolo. Entrambi abbiamo cominciato a lavorare sin da subito a stretto contatto con i bambini, anche in maniera indipendente prima di costituire la compagnia. Personalmente, in un primo momento, mi sono avvicinato a questo tipo di teatro perché nel 1978 offriva maggiori opportunità e accessibilità. Con il passare del tempo la passione è diventata molto più concreta. Quello dei bambini è un pubblico meraviglioso. Noi privilegiamo il rapporto con i bambini perché pensiamo che siano un pubblico eccellente, ma ci confrontiamo anche con altre fasce di età ed altre realtà artistiche.

IIC_volpino2Muovendoci un po’ per l’Europa, abbiamo avuto a che fare con un pubblico eterogeneo sia per età che per nazionalità. In linea generale, i bambini si assomigliano un po’ ovunque ma sicuramente in Slovacchia sono molto disciplinati e, allo stesso tempo, empatici. Appare evidente, in questo Paese, l’attitudine alla frequentazione del teatro che fa parte di una dimensione culturale specifica. Sulla base della nostra esperienza il pubblico più particolare è quello presente nei luoghi più sviluppati e ricchi. Si tratta di bambini problematici che hanno fatto molte esperienze, hanno già visto tutto e non hanno interesse per nulla. Negli altri casi, i bambini hanno un mondo di immaginazione ampio, sanno ancora giocare e relazionarsi con gli altri e questo è fondamentale per il nostro lavoro. Nel teatro, infatti, non è tanto importante ciò che dai, ma quello che suggerisci: crei un’illusione che loro devono elaborare mentalmente.

Katarína. Nel mio caso si è trattata di una vera e propria scelta. Penso sia il pubblico più aperto in assoluto, soprattutto nell’età prescolare. Sicuramente, non è facile da gestire. I bambini sono spugne quindi c’è una grande responsabilità da parte nostra. In questa fase della vita si creano le basi per il modo in cui si relazioneranno con il mondo e, allo stesso tempo, cominciano a svilupparsi la capacità di distinguere il bene dal male e il bello dal brutto. Dal punto di vista delle relazioni il teatro aiuta a creare un contatto tra le persone e, soprattutto, tra spettatore e attore. Un altro aspetto da non sottovalutare consiste nel fatto che il bambino a 4-5 anni comincia a ragionare secondo regole sociali. Malaguzzi cercava di ripristinare la libertà nel bambino: “i bambini nascono con 100 lingue e noi adulti gliene rubiamo 99”. In definitiva, nel nostro lavoro è fondamentale chiedersi quale ruolo vogliamo avere. Fare semplicemente divertire o cercare di fornire uno strumento di valutazione e scelta?

Avete altri progetti per il futuro? Tra questi rientrano possibili collaborazioni o spettacoli rivolti ad un pubblico adulto?

Abbiamo sempre molti progetti per il futuro. Al momento stiamo pensando alla realizzazione di un nuovo lavoro basato sul racconto di una favola non attraverso le parole, ma attraverso immagini e musica. Il 2 marzo abbiamo debuttato a Bologna con uno spettacolo per la prima infanzia chiamato “Con gli occhi dei gabbiani”. È un progetto che nasce con un piede in Slovacchia, dal momento che ci siamo ispirati al lavoro di un compagno di accademia di Katarína.

Un’altra fetta di lavoro riguarda gli spettacoli per adulti, realizzati in collaborazione con balletti e opere. Lo spettacolo “Diario di bordo” è rivolto alle scuole medie, ma anche agli adulti. Pur essendo stato realizzato nel ’98, purtroppo, è più attuale che mai in quanto tratta di immigrazione clandestina.

In generale, il nostro repertorio varia moltissimo grazie alle collaborazioni che vengono avviate di volta in volta con artisti e compagnie appartenenti ad altri settori dello spettacolo dal vivo. Anche in questo momento la tecnologia permette di realizzare molti trucchi sul palcoscenico, c’è chi ancora fa attenzione agli strumenti utilizzati. Noi abbiamo volutamente scelto di restare “artigianali” e di ricorrere ad un lavoro “povero”, soprattutto nello spettacolo “Volpino e la Luna”. Ciò che ci contraddistingue è il fatto che, con pochi mezzi accessibili quasi a tutti, siamo in grado di riproporre la poesia e la magia. Non bisogna, infatti, dimenticare che il gioco è tutto nella testa.

A destra e in basso Paolo e Katarina (foto IIC)

Avete girato l’Europa ma questa è la prima volta in Slovacchia, tra l’altro paese di origine di Katarína. Che effetto fa esibirsi nel proprio paese dopo tanti anni? Che sensazioni avete provato a Nitra e a Bratislava?

Katarína. Siamo rimasti piacevolmente sorpresi della facilità con cui questo progetto è iniziato e dalla disponibilità dimostrata da tutte le parti coinvolte per portarci qui. Già il fatto che il teatro abbia deciso di fare una rete comune per portare lo spettacolo in diverse zone della Slovacchia ci ha resi particolarmente felici. Anche la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Antonia Grande, ci ha dimostrato grande disponibilità anche a livello umano per cui ci piacerebbe approfondire questa relazione. Ci ha colpito il fatto che un’istituzione ci abbia aperto le sue porte e ci abbia risposto in maniera così spontanea e positiva.

Sicuramente, ritornare in Slovacchia dopo diversi anni fa venire “le farfalle nello stomaco”. Ormai vivo in Italia da 20 anni, ma non sarò mai completamente italiana perché, per quanto io possa essere inserita nel contesto italiano, c’è tutta una serie di background che non condivido, specie riferiti alla mia infanzia. La stessa cosa, però, succede anche in Slovacchia perché è da troppo tempo che sono via. Paolo. Io ho una mia passione per questo paese. Mi piace per tantissimi aspetti per cui per me è stato un onore esibirmi qui. Mi piacerebbe continuare a frequentarla anche per lavoro e, nella migliore delle ipotesi, conoscere altri artisti con cui avviare delle collaborazioni. La sensazione è quella di aver trovato una terra fertile in cui c’è, in generale, una grande volontà di fare.

(IIC Bratislava)

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