Muore a 88 anni Ludvík Vaculík, il dissidente del manifesto „Duemila parole“

Praga-1968_(FaceMePLS_2822415076@flickr_CC)

É morto la scorsa settimana a 88 anni il noto scrittore ceco Ludvík Vaculík, già dissidente e intellettuale attivamente partecipe della Primavera di Praga, stroncata dall’invasione delle truppe del Patto di Varsavia. È particolarmente conosciuto come autore del manifesto „Duemila parole“, uscito nel giugno 1968 („Duemila parole rivolte agli operai, ai contadini, agli impiegati, agli scienziati, agli artisti, a tutti“), una critica sferzante del cattivo uso che il Partito comunista ha fatto del potere in Cecoslovacchia a partire dal 1948 e una richiesta di riforme per il futuro del Paese. Il testo, pubblicato simultaneamente da diversi giornali e riviste cecoslovacchi (ma poco dopo anche dall’italiana Rinascita), fu sottoscritto da centinaia di personalità pubbliche e da oltre 100mila cittadini, ma rifiutato dalla nomenclatura del KSČ e più tardi, nel periodo della normalizzazione, condannato come documento controrivoluzionario. Fu tra i firmatari del primo documento di Charta 77, il movimento della dissidenza intellettuale di Vaclav Havel, e animatore dell’editrice clandestina “Petlice”.

Vaculik è stato uno dei più autorevoli scrittori del dopoguerra, prima della Cecoslovacchia e poi della Repubblica Ceca. Le sue opere più note sono Sekyra (La scure, 1967), che parla di un comunista deluso, l’ironico Morčata (Cavie, censurato nel 1970 e uscito solo tre anni dopo come samizdat), Český snář (Il libro dei sogni boemo, 1981, in samizdat), ambientato nel chiuso mondo della dissidenza, il polemico Jak se dělá chlapec (Come si fa un ragazzo, 1993) e il romanzo autobiografico Cesta na Praděd (2001; trad. it. Con i cavalli in Moravia. Viaggio al Praděd, 2004). Ha ricevuto numerosi premi letterari, tra cui un premio di stato per il contributo alla letteratura ceca.

vaculik-duemila

Qui l’incipit delle Duemila parole:

«Dapprima fu la guerra a minacciare la vita della nostra nazione. Poi vennero brutti tempi di altra natura, con eventi che ne hanno minacciato il carattere. Con speranza la maggioranza della nazione aveva accolto il socialismo. La sua gestione però capitò nelle mani delle persone sbagliate. Non sarebbe stato grave il fatto che non avevano esperienza come statisti, conoscenze concrete o cultura filosofica: se almeno avessero avuto il buon senso e la buona educazione di saper ascoltare l’opinione degli altri, accettando magari di cedere il posto a persone più capaci».

E questa invece la conclusione:

«Questa primavera ci è stata data di nuovo una grande occasione, com’era già accaduto alla fine della guerra. Abbiamo di nuovo l’opportunità di prendere in mano la nostra causa comune, definito provvisoriamente socialismo, e di darle un volto più appropriato alla nostra reputazione, un tempo buona, e alla discreta opinione di noi stessi che eravamo soliti avere. Questa primavera è appena finita e non tornerà più. In inverno sapremo tutto. Così si conclude questo nostro proclama rivolto agli operai, ai contadini, agli impiegati, agli artisti, agli scienziati, ai tecnici e a tutti. È stato scritto su iniziativa di studiosi e scienziati».

Leggi l’intero documento in italiano su Esamizdat.it.

Il premier Bohuslav Sobotka ha detto di lui: «Lo ricorderemo come un uomo importante e coraggioso, libero ed indipendente anche sotto il regime».

(Red)

Foto FaceMePLS CC-BY, le Duemila parole su Literární listy (Fogli letterari)

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