Mediterraneo: Le ricadute geopolitiche della crisi alimentare

africa_agric_alimen_(Andrea Moroni CC-BY-NC-ND)

La crisi alimentare del 2008 e del 2011 ha ridato centralità al tema dell’alimentazione, ma soprattutto ne ha svelato l’importante dimensione geopolitica, mostrando come il cibo possa rappresentare un’arma di ricatto e di pressione in grado di influenzare gli equilibri politici interni dei paesi, diventando al contempo un fattore di superiorità strategica nelle relazioni internazionali.

Gli aiuti internazionali

La sicurezza alimentare è stata per alcuni decenni considerata un obiettivo raggiungibile dalla comunità internazionale, grazie agli effetti della rivoluzione verde che avevano condotto a un enorme aumento delle rese agricole.

Inoltre, le politiche di sussidi all’agricoltura da parte di alcuni grandi produttori come l’Europa e gli Stati Uniti avevano determinato tra il 1976 e il 2001 un crollo di circa il 53 per cento del prezzo dei prodotti agricoli di base, favorendo la loro importazione da parte di quei paesi le cui rese agricole non erano sufficienti a rispondere alla domanda interna.

Il caso dei paesi Mena è emblematico di come il mercato internazionale abbia consentito per alcuni decenni ai paesi afflitti da carenza strutturale di terra e di acqua di superare tali vincoli ambientali attraverso l’importazione di quella che Toni Allan ha definito “acqua virtuale”, ovvero la quantità di acqua utilizzata nella produzione e nella commercializzazione di alimenti e beni di consumo.

I primi segnali della precarietà di questo equilibrio si manifestano con le «rivolte del pane» scoppiate alla fine degli anni ’80 in molti paesi arabi. Le misure di rigore economico previste dai Programmi di Aggiustamento Strutturale costringono i governi a ridurre i sussidi sui beni di prima necessità in un momento in cui un lungo periodo di siccità porta al crollo delle rese agricole.

Crisi alimentare e instabilità politica

La contemporanea rottura degli equilibri economici e di quelli ambientali evidenzia il legame stringente che si va creando tra cambiamento climatico, crisi alimentare e instabilità politica all’interno dell’area. Tale legame appare ancora più evidente con la crisi alimentare del 2008 e del 2011 che mostra la vulnerabilità dei paesi arabi nei confronti della crescente instabilità che interessa il mercato globale delle derrate alimentari di base.

Definite “democrazie del pane”, i paesi arabi hanno basato per anni il proprio equilibrio politico interno su un modello definito “di accordo autoritario”: un patto sociale tra governanti e governati che prevede la fornitura da parte dei regimi al potere di derrate alimentari di base a prezzi sussidiati agli strati più poveri della popolazione, in cambio della rinuncia da parte dei cittadini al pieno godimento dei diritti politici e civili.

Nonostante le Primavere arabe non possano essere ricondotte a una matrice unica, è innegabile che l’aumento del prezzo del pane abbia contribuito a mettere in crisi questo patto sociale e rafforzato il malcontento popolare, diventando in parte il detonatore delle rivolte.

Le primavere arabe

Senza cadere nel determinismo ambientale, anche la crisi siriana vede nel nesso acqua-cibo un fattore di aggravamento dell’instabilità politica. Infatti, nonostante le interferenze internazionali e il cambiamento degli equilibri di potere tra le diverse componenti etniche e religiose abbiano rappresentato la determinante primaria della rivolta siriana del 2011, il deterioramento del quadro ambientale ha creato le condizioni per lo scoppio di una crisi agricola e umanitaria che ha aumentato la vulnerabilità del paese alle forze centrifughe interne ed esterne.

Il caso della Siria conferma, dunque, come un evento climatico possa condizionare la stabilità politica di un paese, se associato a fenomeni di degrado delle risorse naturali provocati da forte pressione umana sulle risorse e da deboli politiche di adattamento e contrasto del rischio ambientale.

Di fronte a questi evidenti elementi di incertezza riguardanti la continuità e la sicurezza dell’approvvigionamento di derrate alimentari di base, alcuni paesi Mena hanno provveduto a esternalizzare la produzione agricola attraverso l’acquisto di terra coltivabile all’estero.

Le acquisizioni di terra all’estero

Gli investimenti in terra (land deals) hanno subito un’impennata subito dopo la crisi alimentare del 2008 e del 2011. L’aumento delle acquisizioni di terra all’estero da parte di attori pubblici e privati è da mettere in relazione con le tre crisi sistemiche che hanno colpito l’economia globale: la crisi alimentare innescata dal forte incremento dei prezzi dei prodotti agricoli di base; la crisi energetica legata all’aumento del prezzo del petrolio; la crisi finanziaria determinata dal crollo dei principali mercati finanziari.

Paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto sono stati spinti all’acquisizione di terreni agricoli all’estero anche in seguito al fallimento dei grandi progetti idrici lanciati nei decenni precedenti per incrementare le superfici irrigue e aumentare l’autosufficienza alimentare.

In quest’ottica, gli investimenti in terra sono stati considerati da alcuni paesi un’opportunità per ridurre la pressione sulle riserve idriche nazionali attraverso la realizzazione d’investimenti in aree che presentano minori vincoli ambientali, nonostante il manifestarsi nel corso del tempo di problematiche come l’aumento dei costi di pompaggio legati all’abbassamento del livello delle falde fossili sfruttate, incognite legate alla durata di queste fonti idriche non rinnovabili, deterioramento qualitativo dell’acqua prelevata.

Non è facile valutare gli effetti che queste dinamiche geopolitiche legate al controllo della terra e dell’acqua produrranno in termini di pressione sull’ambiente e di raggiungimento della sicurezza alimentare da parte dei paesi Mena.

Vincoli ambientali e pressione demografica aumentano la competizione sulla terra e sull’acqua, ma le strategie per raggiungere la sicurezza alimentare dipendono non solo dall’aumento delle rese, dunque dagli aspetti che attengono alla produzione, quanto piuttosto dalla distribuzione e dall’accesso al cibo, dunque, dal funzionamento dei mercati e dal rafforzamento della cooperazione internazionale.

In assenza di politiche volte a stabilizzare i prezzi e garantire lo stoccaggio di derrate alimentari per fronteggiare il rischio climatico e impedire le speculazioni che penalizzano i paesi più dipendenti dal mercato globale delle derrate alimentari, l’acqua e il cibo sono destinati a rimanere al centro dei problemi di sicurezza nei prossimi anni.

(Giovanni Canitano ed Eugenia Ferragina, via Affarinternazionali.it)

Giovanni Canitano è ricercatore, Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr); Eugenia Ferragina è ricercatore, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo, Cnr.

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Foto Andrea Moroni CC-BY-NC-ND

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