Perché gli italiani ricominciano a emigrare

viaggio-partenza_(Robert Couse-Baker CC-BY)

Di Valentina Pigmei per Internazionale – Come molti italiani e italiane, sono nipote di un emigrato. Da bambina mi domandavo sempre perché quel nonno misterioso se ne fosse andato a lavorare all’estero, non riuscivo a immaginarlo in quel paese del Sudamerica: non l’avevo mai conosciuto. Sapevo solo che negli anni cinquanta lui e il fratello avevano lasciato il loro negozio da barbiere ed erano andati a cercare fortuna altrove. Perché se n’erano andati dall’Italia se avevano un lavoro? Come potevano aver abbandonato mogli e figli? La ragione che spinge un emigrante a emigrare è sempre la stessa: la costruzione di un futuro, per sé e per i suoi figli. Gli emigranti sono persone che barattano il loro presente, lasciano sicurezze, famiglia, patria. Pazzi? Disperati? Non necessariamente.

Dal nostro paese sono partite varie ondate migratorie, la prima tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento, la seconda negli anni trenta e un’altra negli anni cinquanta. Per un totale che oscilla tra i 26 e i 29 milioni di partenze, dal 1896 al 1973: quello italiano è stato il più grande esodo della storia moderna.

L’ultima ondata migratoria è cominciata nel 2007-2008, in coincidenza con la crisi economica e finanziaria. Secondo Delfina Licata, curatrice del Rapporto italiani nel mondo 2014 redatto dalla fondazione Migrantes, oggi “partono anche i ‘talenti semplici’, quelli che mettono a disposizione le loro capacità intellettive e operative al servizio di qualunque paese che li valorizzi come persone e lavoratori. Quello che fa la differenza, dicono molti emigrati, è la meritocrazia: ciò che l’Italia non ha saputo dare loro”.

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Foto Robert Couse-Baker CC-BY

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