Italia-Slovacchia: il senatore Latorre a Bratislava per discutere di difesa e sicurezza – Intervista

Latorre-Martini-Calluso_(foto foreign.gov.sk)

La scorsa settimana è stato in missione a Bratislava per diversi incontri istituzionali il senatore Nicola Latorre (Pd), presidente della commissione Difesa a Palazzo Madama. Ha avuto faccia a faccia con il capo della commissione Difesa e Sicurezza del Parlamento slovacco Jaroslav Baska, con il segretario di Stato alla Difesa Milos Koterec, e con il segretario di Stato agli Affari esteri ed Europei Igor Slobodnik. E ha infine incontrato rappresentanti dell’imprenditoria italiana nel Paese.

Con il suo omologo Baska, il senatore ha fatto il punto a seguito del Consiglio europeo sul tema dell’Immigrazione tenutosi il 19 maggio a Bruxelles. Latorre ha sostenuto la convinzione dell’Italia nel coinvolgere tutti i Paesi europei, nessuno escluso, nel processo, nel quale è necessario che tutti facciano la propria parte, assumendo una quota di immigrati che arriva sulle coste italiane. La Slovacchia si è dimostrata fin dall’inizio del dibattito in sede europea, insieme ad altri membri UE, contraria all’obbligo di accoglimento di rifugiati e migranti. «Mi auguro – ha detto in conclusione Latorre – che possa rivedere la sua posizione perché la gestione dell’immigrazione ci riguarda tutti ed è una prova fondamentale per la tenuta europea».

Incontrando il sottosegretario al Ministero della Difesa Milos Koterec, il senatore ha riscontrato un comune interesse ad estendere la cooperazione nel settore della difesa e a razionalizzare la spesa nel comparto, per una maggiore efficacia e un livello di massima efficienza oggi necessaria più che mai. Koterec ha affermato di voler proseguire la cooperazione che ha già visto degli accordi tecnici siglati tra Italia e Slovacchia a partire dal 2013 e un rafforzamento dei rapporti tra i due Paesi nel comparto. Ha poi informato Latorre degli sviluppi nella collaborazione in questa sfera tra la Repubblica Slovacca e gli altri paesi del Gruppo V4 (Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria).

Infine, con Igor Slobodník, segretario di Stato del Ministero degli Affari esteri ed europei, si è apprezzato il generale livello raggiunto delle relazioni bilaterali tra Slovacchia e Italia, e particolare attenzione nel colloquio è stata dedicata al rafforzamento dei legami economici. In questo contesto si è parlato dell’Esposizione internazionale di Milano, e Slobodník ha informato della preparazione della Giornata Nazionale Slovacca a EXPO 2015. Sulle questioni più calde ai confini orientale e meridionale dell’Europa, entrambi i rappresentanti hanno convenuto sula necessità di proseguire a discutere intensamente  al fine di trovare soluzioni reciprocamente accettabili.

Durante una pausa tra i diversi incontri Buongiorno Slovacchia ha avuto modo di fare il 20 maggio scorso in Ambasciata alcune domande al senatore Latorre.

Senatore, quali incontri ha avuto in Slovacchia, e di cosa si è parlato?

Questa mia visita ha l’obiettivo di rilanciare e rafforzare i rapporti di amicizia tra i nostri paesi. La Slovacchia gioca un ruolo importante nel quadro dell’UE e in questo momento, nel quale tutta l’Europa è chiamata a gestire situazioni particolarmente significative, il nostro Paese sia a livello governativo che parlamentare sta sviluppando una iniziativa diplomatica tesa a consolidare i rapporti con i paesi europei. Nella fattispecie, anche in virtù di una forte amicizia e di alcuni sentimenti che ci legano particolarmente. Crediamo che su questi presupposti si possa lavorare ulteriormente e fare sentire insieme la voce dei nostri Paesi. Tra l’altro in Slovacchia c’è fortissima e significativa presenza imprenditoriale italiana, e altrettanto significativa presenza di italiani, quindi nel corso di questi due giorni oltre a incontrare le autorità politiche, istituzionali e parlamentari ho avuto il piacere di incontrare una significativa rappresentanza del mondo imprenditoriale italiano che opera in questa parte d’Europa. Inoltre, proprio stamane ho avuto un interessante briefing sui temi della difesa e della sicurezza con autorevoli esponenti di think thank locali, con i quali ci siamo confrontati anche in termini di analisi su come qui vengono valutati quelli che sono poi fondamentalmente i due più significativi dossier su cui è concentrata l’attenzione europea: la crisi ucraina e la crisi libica. O meglio, la crisi ucraina e il tema mediterraneo. È infatti la prima volta dalla seconda guerra mondiale che l’Europa è minacciata nei suoi confini, che si trova ad affrontare una offensiva estera sul fronte Est e sul fronte Sud. Uno degli obiettivi fondamentali di questa mia visita è quello di rendere chiaro agli amici slovacchi a tutti i livelli che siamo ben consapevoli della rilevanza della crisi ucraina – e il nostro Paese sta facendo fino in fondo la sua parte nel quadro di una azione unitaria dell’Alleanza atlantica e dell’Unione europea – ma anche che la crisi del Mediterraneo assume rilevanza particolare, ed è bene che anche i paesi dell’Europa centrale e settentrionale se ne rendano conto con ancora maggior convinzione.

C’è qualcosa che si può migliorare nel nostro rapporto con questo Paese, o qualche area di cooperazione sulle quali puntare in maniera decisa per i prossimi anni?

Si può sempre migliorare, noi vogliamo e dobbiamo farlo nel nostro impegno al sostegno e consolidamento della crescita e dello sviluppo di questo Paese. E credo che la Slovacchia possa, da parte sua, dedicare ancora più attenzione alle nostre capacità produttive, ad alcuni nostri settori industriali come quello della difesa. Sappiamo di essere nel cuore degli slovacchi e, anche grazie all’ottima collaborazione tra governi crediamo di poter sviluppare ulteriormente anche i nostri rapporti economici.

Quanto al tema Mediterraneo, ha sorpreso la tenacia della Commissione europea in quest’ultimo periodo nello spingere i paesi UE ad accogliere migranti e rifugiati anche obbligatoriamente. La stupisce che ci siano diversi paesi membri dell’Unione – più o meno ricchi e con esperienze di accoglienza le più disparate – che faticano ad accettare un impegno comune e forzato nei confronti di un problema che è obiettivamente collettivo, malgrado la solidarietà sia tra i principi fondanti della Carta europea?

Io credo che uno degli sforzi fondamentali che l’Italia ha fatto in questi mesi e che ha partorito finalmente dei primi risultati è stato proprio quello di condividere con tutti i Paesi europei e di fare in modo che l’Europa nel suo complesso assuma il tema della gestione dei flussi migratori come un tema europeo. Le coste italiane devono essere considerate confine dell’Ue e non soltanto confine dell’Italia, così come giustamente i confini ad Est devono essere considerati europei. Questo è purtroppo un punto sul quale io ancora registro una insufficiente consapevolezza dei nostri amici centro e nordeuropei. I flussi migratori non sono una emergenza di un momento. Saranno un processo che accompagnerà per un lungo periodo le nostre società. Fino a quando non vi sarà pace, sviluppo e stabilità nell’Africa, in particolare in quella sub-sahariana, questo fenomeno non si fermerà. Dunque noi dobbiamo essere consapevoli che questo fenomeno va fronteggiato con diverse azioni e deve essere gestito in maniera unitaria. Se non agiremo ai vari livelli e non in maniera unitaria non saremo in grado di governare questo processo, con il rischio di trovarci di fronte a situazioni estremamente problematiche. Sulle quote, questo è un modo per assumere il tema del governo del processo immigratorio. Certo, dobbiamo essere consapevoli dei problemi e delle esigenze di ciascun Paese, e infatti la distribuzione di queste quote di richiedenti asilo e rifugiati politici deve essere fatta tenendo conto delle esigenze e situazioni specifiche di ciascun Paese. Nel caso specifico della Slovacchia è chiaro che non possiamo non tenere conto di una serie di questioni sia sotto il profilo economico, il profilo sociale o eventualmente quello etnico, ma non possiamo ritenere che la questione venga lasciata soltanto sulle spalle di un unico Paese. Noi da soli non ce la faremo, questo è certo. E se l’Italia, come crediamo, avrà difficoltà a controllare i flussi, questo sarà un problema per tutti.

Qualche giorno fa il ministro degli Affari esteri Gentiloni, interpellato da un giornalista, ha detto che l’Italia non si sente abbandonata in questo frangente, perché quello che ha fatto fino a ieri continua a farlo anche oggi e può continuare a farlo anche domani. Ma lei ammette che da soli non ce la facciamo.

È vero, non ci sentiamo abbandonati, anche perché finalmente tutti i Paesi UE hanno condiviso questo come un tema che ci riguarda tutti. Il Consiglio europeo dei ministri degli Esteri e della Difesa di ieri [il 19 maggio – ndr] ha deliberato una missione navale europea – sulla falsariga di quella che era la missione Atlanta – a comando italiano. Si tratta di una conferma che non siamo abbandonati. Il rifinanziamento deciso di recente dai capi di governo europei della missione Triton, che era partita con numeri francamente ridicoli, è la conferma che sta crescendo questa consapevolezza in Europa. Quindi stiamo facendo dei passi avanti e in questo senso crediamo di poter essere soddisfatti di come ci si è messi in cammino. Quella della gestione e distribuzione equa dei flussi sul territorio europeo è un altro di questi processi. Noi siamo consapevoli dei problemi molto spesso legati anche a situazioni più di politica interna e gestione del rapporto con l’opinione pubblica che ha difficoltà ad accettare qualche migliaio, in certi casi, o qualche centinaio in altri casi, di persone. Ma ci auguriamo che questo processo di maturazione possa ulteriormente svilupparsi. Noi, oggettivamente, un flusso migratorio come è stimato arrivare nei prossimi mesi e nei prossimi anni da soli non riusciamo a reggerlo. Siamo chiedendo aiuto anche per la consapevolezza di fare già tanto nei confronti di una materia che altrimenti si ritorcerebbe negativamente su tutti i paesi dell’Unione.

Latorre-Koterec_(foto mod.gov.sk)

Quanto al fronte orientale, la Russia è unanimemente accusata della destabilizzazione in Ucraina. L’annessione della Crimea è stata al centro delle ragioni che hanno portato alle sanzioni di UE e Usa, e tutti invocano la violazione del diritto internazionale. Ma quali sono gli strumenti per cambiare lo stato delle cose?

L’annessione della Crimea e tutto l’atteggiamento russo nella crisi ucraina è estremamente grave, ed ha alimentato uno scontro interno all’Ucraina. Non dobbiamo mai dimenticare che non capitava da decenni che nel cuore dell’Europa ci fosse una vera e propria guerra civile. Noi dobbiamo affidare ad una rigorosa iniziativa politico-diplomatica, usando anche strumenti di pressione come le sanzioni economiche, per ristabilire alcuni principi del diritto internazionale e far comprendere alla Russia che queste violazioni del diritto internazionale sono inaccettabili. Pure essendo convinti di dover tenere aperto un dialogo con la Russia (sarebbe una contraddizione in termini non prevedere lo sviluppo di un confronto costruttivo tra l’Europa e la Russia) i presupposti di questo confronto non possono essere quelli che Mosca ha mostrato sino ad ora. E dunque noi pensiamo che lo strumento delle sanzioni sia indispensabile; va ribadito – anche se ci sono settori dell’opinione pubblica anche in Italia che le vorrebbero mettere in discussione – che pur pagando noi un prezzo alto non si debba recedere da questa scelta sino a quando la Russia non cambia atteggiamento. Crediamo che bisogna essere molto vigili nel pretendere il rispetto degli Accordi di Minsk e in questo senso l’opera di controllo e verifica che fa l’Osce [l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa – ndr] è importante e va ulteriormente supportata, e naturalmente abbiamo chiaro che queste iniziative che occorre perseguire con determinazione hanno l’obiettivo di ricreare le condizioni per un confronto positivo tra Europa e Russia. È fondamentale che i Paesi europei mantengano una forte unità su questa questione, e i Paesi più esposti sul fronte orientale devono sapere che l’Italia è impegnata fortemente a mantenere l’unità del fronte – sia come Europa che come Nato.

Un certo numero di paesi membri dell’Unione europea sono più renitenti alle sanzioni contro la Russia – tra questi si annoverano alcuni governi dell’Europa centrale, come la Slovacchia, l’Ungheria, o la Repubblica Ceca, malgrado l’impatto economico per i loro paesi sia nei fatti minimo. Questa ed altre questioni recenti di interesse sovranazionale (i flussi immigratori, ad esempio), mostrano le diverse voci e individualità di una Unione a 28 che, su temi che dovrebbero essere di interesse comune, mostrano difficoltà a mantenersi compatti.

Al di là delle valutazioni e considerazioni del resto rispettabili, perché ogni paese è del tutto legittimato ad esprimere una sua posizione per affrontare queste crisi, l’importante è che il confronto non metta mai in discussione l’unità del fronte occidentale, l’unità del fronte europeo. È necessario comprendere che l’Europa attraversa una delle sue fasi più difficili –sul fronte economico (vedi caso Grecia), sulla gestione di fenomeni nuovi (come le migrazioni) o sul tema difesa e sicurezza (le crisi Ucraina e Mediterraneo) – ed è dunque del tutto evidente che avremmo bisogno di molta più Europa, un risultato raggiungibile soltanto se il tema della solidarietà dei nostri paesi non viene messo in discussione. Questo, che è vero nella gestione della crisi in Ucraina, deve essere tanto più vero nella gestione della crisi sul fronte del Mediterraneo.

Oggi l’Europa è sotto minaccia. Ad Est preme una Russia che pur indebolita economicamente si consolida al suo interno e mostra una politica aggressiva verso l’esterno. A Sud-Est avanza un movimento guerrafondaio fondato su estremismi islamici, l’Isis, che minaccia non solo un equilibrio geopolitico stabilito nel secolo scorso ma anche la stessa vita nei nostri Paesi con infiltrazioni ed attacchi terroristici. Dobbiamo attenderci un ridisegno del mondo come lo conosciamo?

Intanto non mettiamo in alcun modo sullo stesso piano il conflitto e la crisi con la Russia e quello che è in corso nei confronti dello Stato Islamico, sono due cose radicalmente diverse, e anzi, noi e la Russia siamo impegnati insieme nella lotta contro il terrorismo e credo che questa alleanza internazionale contro il terrorismo sia una delle condizioni irrinunciabili. Il problema è che mentre la crisi nel rapporto con la Russia è determinata da una iniziativa inaccettabile di Mosca, e noi intendiamo ristabilire le condizioni per riprendere il dialogo e il confronto, sul fronte islamico invece abbiamo l’esigenza di vincere una guerra contro il terrorismo, perché lì non ci sono pareggi – o si vince o si perde. Gli scenari attuali ci mettono oggettivamente e drasticamente di fronte ad una realtà in grande movimento segnata da profondi sconvolgimenti. Basti pensare che in tutta l’area del cosiddetto Mediterraneo allargato stanno perfino saltando i confini che abbiamo imparato a studiare sui nostri libri di geografia. Si stanno ridefinendo equilibri di potere e soprattutto una parte del mondo è segnata da un conflitto molto serio che è del resto interno al mondo islamico – uno scontro tra sciiti e sunniti. Scenari davvero complessi, nuovi, nei quali occorre avere chiare alcune rotte tra cui il fatto che il ruolo dell’Europa può e deve essere essenziale, pena il rischio di non avere possibilità di determinare l’affermarsi di un auspicabile nuovo ordine mondiale.

(La Redazione)


Nelle foto, dall’alto: Nicola Latorre con l’ambasciatore Martini, con il deputato Jaroslav Baska e con il sottosegretario alla Difesa Koterec.

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