J’ACCUSE: Io me ne fotto delle splendide colonne di Palmira

Palmira-Teatro-Apollo_(Gusjer CC-BY)

È successo finalmente: un attimo di pietà ci ha colti di nuovo per la Siria. Non capitava da un pezzo, siamo onesti. Ma quando i miliziani dell’ISIS dopo giorni di battaglia hanno preso Palmira, un brivido è corso sulle nostre schiene, e le pagine dei giornali sono tornate a riempirsi di accorati appelli e buoni sentimenti.

Ci siamo sentiti meglio: non pesavamo di essere ancora capaci di provare compassione. Ci siamo sentiti al caldo, più umani, meno colpevoli. Ma solo per un istante, prima che affiorasse un dubbio a rovinare tutto. Perché a Palmira, più che il destino degli innumerevoli civili morti sotto i colpi d’arma da fuoco o giustiziati sommariamente, quel che ci colpisce oggi è il destino di un patrimonio artistico e culturale unico minacciato di distruzione. Pietre antiche al posto di corpi, archeologia invece che vita. Agli uomini che muoiono in quelle terre ormai siamo completamente assuefatti, e anche a quelli che per miracolo riescono a sopravvivere, tanto è vero che in Europa – patria di tutte le virtù e le libertà belle del mondo – nessuno li vuole. Ma se solo toccano un sito dell’UNESCO, allora tutto cambia, e scoppia un vero subbuglio.

Ben inteso, non è mia intenzione rifilarvi una predica. Tutt’altro, vi racconto una mia crisi che è tutta personale e interiore: ci sono passato anch’io per questa odiosa bulimia di cadaveri straziati che porta dritta all’indifferenza. Non giudico, mi interrogo e racconto quello che è successo anche a me in questi anni – perché si tratta ormai di anni di guerra, ce lo ricordiamo?

Sorge allora spontanea la domanda: che cosa è andato storto in noi? Che cosa ci impedisce di reagire al nostro torpore? Se una cosa del genere capitasse a noi non troveremmo mostruoso che mezzo mondo si voltasse dall’altra parte? Non dico certo che dovremmo diventare tutti Gandhi o Che Guevara, ma almeno avere un attimo un pensiero, santiddio, un incubo ogni tanto, un turbamento.

Continua a lettere il J’ACCUSE di Simone Zoppellaro su EastJournal.

Foto Gusjer CC-BY 2.0

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