Workshop “Piccole Utopie”, il futuro della Design Factory: utopia o realtà? Intervista agli architetti Zuzana Zacharová e Simone Capra.

Il 19 maggio, nell’ambito dell’esposizione “Piccole Utopie” inaugurata lo scorso 23 aprile, si è tenuto un workshop riguardante il possibile futuro della Design Factory, realtà immersa in un contesto di forte sviluppo quale quello della zona urbana Chalupkova–Landererova.

A tal proposito Antonia Grande, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava (IIC), ha fatto alcune domande agli architetti Zuzana Zacharová (direttore della Design Factory) e Simone Capra (stARTT).

PiccoleUtopie_Zuzana Zacharova (IIC)

l’arch. Zuzana Zacharova (foto IIC)

Arch. Zuzana Zacharová

È soddisfatta della collaborazione con l’IIC nell’organizzazione della mostra e del workshop?

ZZ: La nostra collaborazione con l’IIC è nata nel 2009 con l’esposizione “Parole contro 1963-1968”. Negli ultimi due anni questo rapporto è diventato sempre più forte e siamo stati molto felici quando ci è stata offerta la possibilità di collaborare alla realizzazione della mostra “Piccole Utopie”. L’esposizione è stata molto stimolante per gli architetti slovacchi e ha avuto un gran numero di visitatori. Inoltre, il workshop tenuto dall’architetto italiano Simone Capra ha prodotto risultati davvero interessanti.

In generale, abbiamo grande piacere nel lavorare con l’IIC.

Pensa che ci possano essere possibilità di lavorare su progetti comuni nel futuro?

ZZ: È ciò che speriamo. Soprattutto ci auguriamo di poter collaborare anche in altri campi dell’arte. A tal proposito, stiamo pianificando di lavorare congiuntamente con l’IIC per la realizzazione del festival “design factory jazz night” del prossimo anno.

Pensa che il workshop sia stato utile per gli studenti di architettura, per i professionisti e per disegnare un possibile futuro per la Design Factory?

ZZ: L’architetto Simone Capra ha presentato alcuni dei lavori realizzati dallo studio stARTT, fornendo interessanti spunti per lo sviluppo delle tematiche affrontate durante il workshop. Dopo una breve presentazione della storia e del piano generale previsto per la zona circostante e dopo aver osservato da vicino l’area di interesse, i partecipanti hanno avuto modo di discutere riguardo la posizione della Design Factory in qualità di istituzione culturale in un contesto di forte sviluppo della zona e di proporre idee su come incrementare l’importanza della stessa come parte del patrimonio industriale di Bratislava. Il workshop è stato molto interessante non solo per il futuro della Design Factory, ma anche per ognuno dei partecipanti. Le opinioni e le esperienze dell’architetto Simone Capra sono state fonte di grande ispirazione e ci hanno incoraggiato a trasformare piccole utopie in realtà.

Ha invitato la professoressa Eva Králová. In Slovacchia, nel mondo dell’architettura, operano molte figure femminili? Pensa che il progetto “Women in Architecture” sia uno strumento efficace nella legittimazione dell’architettura al femminile?

ZZ: La collaborazione con Eva Králová è nata nel 2008 in occasione del concorso studentesco di architettura per la vecchia centrale elettrica di Piešťany. La professoressa, inoltre, ha messo a disposizione le sue competenze per l’esposizione Piccole Utopie. A onor del vero, ci conosciamo da molto più tempo poiché sono stata una sua studentessa. Con riferimento alla legittimazione dell’architettura femminile, alcuni interessanti spunti potrebbero scaturire dall’esposizione “Woman in Slovak architecture” che avrà inizio a partire dal prossimo 26 Maggio in piazza Hviezdoslavovo.

l'arch. Simone Capra con la direttrice Antonia Grande (foto IIC)

l’arch. Simone Capra con la direttrice Antonia Grande (foto IIC)

Arch. Simone Capra

Impressioni sulla Design Factory, sul workshop e sulla sua attuale situazione. Quali idee e possibili soluzioni sono emerse dal workshop per cercare di tutelare l’area di Mlynské Nivy?

SC: La Design Factory è una realtà molto particolare per la sua specifica posizione all’interno di una vecchia area industriale che si configura come un luogo di soglia a metà tra il centro storico e la nuova espansione della città. Soprattutto appare interessante la vocazione di questo luogo per il recupero della memoria industriale dentro la costruzione della città contemporanea. Per quello che ho potuto conoscere, sono stato molto colpito dal lavoro di Martin e Zuzana che sono stati capaci di coordinare e tenere assieme l’attività progettuale e l’impegno nella promozione della cultura a Bratislava. Grazie alla loro intuizione nasce, appunto, la Design Factory che opera ormai da 10 anni ed è impegnata nella protezione, trasformazione e salvaguardia del patrimonio industriale del Novecento. Nel corso degli anni la proprietà dei suoli e la realtà che circonda l’edificio sono molto cambiate e, potenzialmente, possono ancora cambiare. Il percorso di approvazione del masterplan, infatti, è ancora aperto anche a seguito della crisi economica: questo va pensato come una risorsa che può dare ancora spazio ad infinite possibilità di trasformazione per una parte importante della città.

Il workshop ha permesso di riflettere sul ruolo dell’architetto in uno spazio di questo genere: in questa fase c’è bisogno di immaginare uno scenario per la Design Factory dentro le trasformazioni che sono occorse all’intorno, pensando al tipo di sinergie che possono scaturire da questo nuovo contesto e quale puó essere il contributo della Factory dentro i nuovi assetti dell’area.

Design Factory é una risorsa intellettuale della città di Bratislava, con una esperienza decennale e un patrimonio di relazioni internazionali. L’edificio che la ospita va poi considerato come uno di quei frammenti della prima cintura industriale intorno al centro storico, parzialmente scomparso o in stato di abbandono. La proposta é di considerare queste ultime tracce del passato industriale come elementi utili per costruire lo spazio pubblico della città contemporanea e come antidoto alla perdita dell’identità del luogo.

Seguendo la lezione del cinema di Tarkovskij e le suggestioni di Gilles Clément riguardo alla relazione tra relitti urbani e natura, si potrebbe immaginare un nuovo luogo che sia capace di coniugare l’intervento contemporaneo con il passato industriale e con le specie vegetali che in questi anni hanno colonizzato i terreni abbandonati, quali spazi per la biodiversità urbana. Natura e memoria industriale  possono essere gli strumenti per costruire la relazione con il resto della città, tenendo conto degli effetti prodotti dai nuovi assetti proprietari, delle forme della socialità, della promozione della cultura e degli usi del tempo libero che i nuovi abitanti di quell’area urbana inevitabilmente produrranno e stanno già producendo.

Impressioni riguardo le problematiche architettoniche correlate alla protezione del patrimonio artistico e storico: un confronto tra la situazione italiana e slovacca.

SC: Appare difficile comparare le problematiche di due paesi che presentano condizioni di partenza, storia e tipologie di protezione del patrimonio culturale inevitabilmente differenti. L’impegno della Design Factory per la difesa e la protezione del patrimonio culturale è sicuramente un approccio importante, soprattutto dal momento che la questione è ancora aperta. Probabilmente il contributo che il punto di vista italiano può dare riguarda il concetto di patrimonio, che ha sviluppato la relazione tra il bene da preservare e il contesto storico che lo ha prodotto. La qualità di un bene architettonico non è solo nel bene in sé in quanto oggetto isolato, ma in quanto componente di un paesaggio e di un contesto, ovvero di un tessuto urbano. Per questa ragione, piuttosto che conservare un singolo elemento isolato, bisognerebbe tentare di capire come raccontare un paesaggio urbano attraverso le sue tracce storiche, trasformandolo su basi culturali e condivise.

il modellino del museo MACRO, Roma

il modellino del museo MACRO, Roma

Durante questo soggiorno sono emersi spunti interessanti per progetti futuri? Ci sono possibilità di una collaborazione italo-slovacca?

SC: Mi auguro che ci siano opportunità di collaborazione e che questo incontro sia foriero di partnership e di rapporti più stabili. Noi siamo disponibili! È stato molto interessante conoscere la realtà di Design Factory e condividere pensieri e punti di vista attraverso il confronto con i professori della facoltà di architettura di Bratislava e con gli studenti che hanno partecipato al workshop.

Poi ci sono le suggestioni scaturite dal soggiorno in Slovacchia, e sono state molte! I progetti architettonici di quella che allora era la Cecoslovacchia sono poco conosciuti, soprattutto perché non esistono molte pubblicazioni al riguardo. É interessantissima l’elaborazione Slovacca e Ceca del Novecento che ha prodotto un approccio alla modernità ricchissimo di stili architettonici, forme,  tipologie edilizie e maniere di pensare la città. Inoltre, è stato molto interessante visitare alcune architetture del Novecento di Bratislava, vederne il design degli interni e l’organizzazione degli spazi. Ho imparato tantissimo. Si tratta di esperienze che parlano di un certo approccio all’architettura forse ancora da documentare sulla base di un percorso storiografico riferito non solo alle diverse correnti dell’architettura slovacca, ma anche nella relazione con il dibattito degli altri paesi europei al di là dei confini ideologici.

Quali sono i luoghi che normalmente ama visitare? Cosa spinge un architetto a visitare luoghi che non rientrano negli usuali percorsi turistici come la Dom kultúry Dúbravka, la Torre della radio o il Crematorio?

SC: Andare in una città significa ovviamente prendere confidenza con la sua parte storica che riguarda non soltanto i monumenti, ma anche la maniera di abitare. Heidegger univa l’abitare, il pensare e il costruire che, a ben vedere, è la maniera in cui un popolo insedia un territorio. Ogni paese ha affrontato la propria storia di avvio alla modernità in maniera diversa e ognuno di essi ha avuto la propria avanguardia. Chiaramente anche la Slovacchia ha avuto le sue avanguardie culturali e il suo sviluppo della modernità nel processo di ricostruzione della Seconda Guerra Mondiale: tutto ciò ha generato un’architettura che è propria di questo territorio e dello scambio culturale che la comunità degli architetti è stata in grado di creare. Anche per un non architetto è interessante visitare questi luoghi perché si tratta di architetture affascinanti, sorprendenti per le loro forme e per essere testimonianze del secolo scorso. Alcuni di questi posti sono bellissimi e mi diverto molto a visitarli con non architetti per vedere come  ne restino colpiti!

La piramide inversa della Radio Slovacca a Bratislava

Bilancio complessivo della visita a Bratislava e informazioni utili per chi ha voglia di scoprire i diversi angoli di questa città. Le piacerebbe ritornarci e suggerirebbe ad altri italiani di visitarla?

SC: Il bilancio complessivo è decisamente positivo, ci tornerei e consiglierei ad altri italiani di visitare questi territori. Oltre che dalle architetture, sono rimasto particolarmente colpito dall’affetto che questo paese manifesta per la cultura italiana. È poi una città vicina a tre frontiere quindi appare interessante capire la sua storia e le relazioni che questo territorio ha con i paesi confinanti. Infine, il consiglio è quello di visitare non solo la parte storica della città, ma anche queste bellissime architetture del Novecento. Probabilmente promuovere questi luoghi, insieme con il mondo della cultura slovacco, permetterebbe di ampliare forme di turismo culturale anche a sostegno del circuito economico.

(Antonia Grande, IIC Bratislava)

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