Idee: Contro la primazia della lingua inglese, tomba d’Europa

inglese_(thomashawk CC-BY-NC)

La primazia della lingua inglese è sotto agli occhi di tutti, tuttavia non è a tutti evidente la gravità di tale primato. Partiamo dalle premesse. L’inglese è una lingua parlata da circa 350 milioni di persone e si stima che altri trecento siano i milioni di persone che la usano come seconda lingua. La sua diffusione si deve – come tutti sanno – all‘imperialismo britannico, che l’ha esportata in mezzo mondo facendone lingua dell’amministrazione e della cultura dall’India, all’Australia, all’Africa fino all’America settentrionale. Proprio da qui, per via dell’espansionismo americano, la lingua inglese ha tratto nuovo impulso. La ragione della diffusione dell’inglese è quindi di ordine politico-militare. È la lingua dei conquistatori.

Nel Novecento il Regno Unito smette progressivamente ma inesorabilmente il suo ruolo di potenza e sono gli Stati Uniti a svolgere il compito della diffusione manu militari della lingua inglese. A Londra resta l’onore di essere la patria della lingua imperiale, ed è lungo le sponde del Tamigi che si va ad impararla. Per l’Europa è la fine della Seconda guerra mondiale a segnare l’inizio della primazia dell’inglese sulle altre lingue. Diceva Winston Churchill: “The Power to control the language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. – Il potere di controllo sulla lingua offre ai conquistatori vantaggi ben maggiori che aggiudicarsi nuovi territori o nuovi paesi. Gli imperi del futuro saranno gli imperi della mente. Churchill ci mette in guardia: i paesi non anglofoni finiranno con l’assorbire in maniera graduale e naturale i valori anglo-americani grazie allo studio della lingua inglese.

Come tutti sanno le due guerre mondiali segnano la fine dell’Europa come centro propulsore della vita politica internazionale. Divisa tra due nuove superpotenze nucleari, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, il vecchio continente è ridotto al ruolo di ancella. Nella pars occidentalis l’inglese si afferma come lingua franca. Un bisticcio di parole che segna il passaggio di un’epoca. Non è infatti più il francese a essere la lingua “franca”, veicolo di cultura da Lisbona a Mosca, parlata per secoli dalle classi colte di Berlino e Pietroburgo, espressione dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, dell’illuminismo e della filosofia, ma l’inglese dei supermarket e di Hollywood.

L’inglese non è però la lingua della cultura umanistica, bensì della tecnica. La diffusione dell’anglo-americano corrisponde con la standardizzazione della nostra vita quotidiana, alla digitalizzazione del sentimento e alla rimozione della memoria. L’Europa anglofona è un’Europa che va incontro all’alzheimer. L’Europa è infatti, piaccia o no, un grande luogo della memoria. Le strade d’Europa sono intitolate a statisti, letterati, filosofi, musicisti, oppure ricordano le grandi battaglie che hanno forgiato nel sangue il continente fino al grande suicidio delle due guerre mondiali. Camminare per una città europea significa immergersi in una cassa di risonanza del passato. E ovunque proliferano targhe, monumenti (dal latino monere, ricordare, e mentum, atto; ovvero “ricordare un fatto”), musei e case abitate da poeti, filosofi, compositori. La casa di Shelley e Keats a Roma, quella di Marx a Treviri, quella di Goethe a Weimar. E le città stesse, Weimar, Roma, Parigi, sono cronache viventi.

L’Europa è un grande luogo della memoria, anche della memoria oscura dei massacri, dei treni che portavano a Buchenwald, del rogo degli eretici: un lungo epitaffio di marmo e granito che ricorda la nostra follia, l’anima nera del vecchio continente. Un continente che produce più storia di quante ne possa contenere. E anche per questo l’ha esportata, con il colonialismo, pur con alterne fortune. Negli Stati Uniti vige il rifiuto della memoria. Le strade americane sono elenchi di numeri, di viali che portano al tramonto, di edifici non più vecchi di cinquant’anni, figli di quella mentalità che bene fu riassunta da Henry Ford: “la storia è una sciocchezza“.

L’Europa americana, che trova nell’inglese la sua lingua internazionale, va dritta verso l’oblio di se stessa. Attenzione, la questione non è quella di avere una lingua di comunicazione ausiliaria, necessaria agli scambi e alla comunicazione in un continente (e in un mondo) sempre più integrato, ma che tale lingua sia il risultato di una conquista e che si ponga come forza omologante. A ogni lingua corrisponde una tipologia di forma mentis, un modo peculiare di vedere il mondo. La primazia dell’inglese sta diventando la primazia della mentalità anglo-americana. E lo si vede bene nella politica, nel linguaggio che riduce il lavoro a una prestazione salariata, in nome di una flessibilità che proprio da oltreoceano arriva. O nell’individualismo istituzionalizzato che sta legittimando la fine dello stato sociale. O nell’idea di cultura che è sempre più marketing e meno pensiero.

In Europa è in atto una riduzione del pensiero a burocrazia manageriale, alla cultura umanistica si sostituisce quella scientifica, con disprezzo della prima in nome della meccanica esattezza della seconda. In Europa il pensiero scientifico è stato sempre legato a quello umanistico: al silicio corrisponde un incunabolo. Ma oggi nei computer sempre più piatti possiamo misurare lo spessore della nostra cultura protesa alla bidimensionalità. E dove manca la profondità, manca la speculazione, il pensiero, la ragione. Per l’Europa la minaccia più radicale è questo esperanto di cultura pop (popolare e populista), di mercato di massa, di night-club e fast-food da Lisbona a Kiev.

Lo sviluppo di Internet potrebbe portare alla caduta di molte barriere, allo sviluppo cioè di una coscienza e identità collettiva sempre più omogenee. Ne potrebbe conseguire la fine della nociva diversità, foriera di pulizie etniche, genocidi, atrocità che il Novecento ben conosce. Ma la diversità è anche quella che William Blake definiva la “santità dei minimi particolari”. Ed è quella la santità d’Europa. Non sarà lo sviluppo di burocrazie a salvare il vecchio continente. L’Europa morirà il giorno in cui dimenticherà che “Dio si trova nei dettagli“. La frammentarietà dell’Europa è l’origine della sua fertilità.

È evidente che l’Europa attraversa un momento di crisi. Una crisi di identità e di valori di cui la crisi economica è solo un segno esteriore e misurabile, come la febbre per il corpo umano. La malattia non è nei numeri, ma nell’anima, e non sarà con le ricette della standardizzazione burocratica che si guarirà.

Non saranno la lingua unica, il mercato unico, la moneta unica né lo sviluppo di burocrazie o tecnocrazie sul modello lussemburghese a salvarci. In gioco c’è l’”idea di Europa“, quella che parte da Atene più di duemila anni fa. Un’idea che non va dimenticata ma nemmeno imprigionata in un museo, tempio di cose morte. Le nostre città museo, imbalsamate nella soffocante bellezza e schiacciate dal peso del ricordo, devono trovare in quella bellezza e in quel ricordo lo specchio del loro presente. L’Europa è ancora. L’Europa è da sempre “unica” e unita. Lo è nei caffé, come diceva Steiner, in cui Kierkegaard, Wilde, Robespierre, Montale, Marx, si fermavano a discutere. Lo è nell’architettura e nell’arte, da Odessa a Lisbona. Lo è nella storia intrecciata e indissolubile. Lo è nei fantasmi e nei mostri che nascono dal suo lato oscuro.

Tutto questo va esaltato e recuperato perché, nel bene o nel male, qui sta la forza motrice d’Europa. La narcosi di giochi senza frontiere non eviterà nuovi mostri, e già si vede quanto i nazionalismi e i neofascismi trovino sempre più spazio in quest’Europa senza identità. Quello che serve è che di nuovo il toro fecondi la ninfa. Ma per i corridoi del parlamento europeo, nelle sedi dell’Ocse o della Banca centrale, si parla inglese. La lingua dell’omologazione della standardizzazione. Una lingua che ucciderà l’Europa.

Ad altri più intelligenti lascio la riflessione, fondamentale, su come unire questa babele europea e metterla in comunicazione senza calpestarne la dignità. A chi scrive si lasci il grido analfabeta di chi vede la propria patria europea soccombere sotto le lusinghe di chi dice d’amarla.

(Matteo Zola, EastJournal.net)

 

Foto tomashawk CC-BY-NC 2.0Gwydion M. Williams CC-BY 2.0

1 comment to Idee: Contro la primazia della lingua inglese, tomba d’Europa

  • Gianni

    Una sacrosanta verità. In Italia allo scopo di armonizzare le forme espressive nell’arco di cinquant’anni hanno quasi fatto sparire i dialetti, un’immensa ricchezza che caratterizzava ogni singola città o paese, ormai difficilmente recuperabili. L’inglese è una lingua povera se confrontata con le altre lingue europee.Se occorre utilizzare un termine per identificare un mezzo tecnico o un’azione con finalità tecnica non necessariamente è indispensabile parlare l’inglese. Manteniamo le nostre lingue e la nostra cultura umanistica se vogliamo salvare il mondo dallo sfruttamento tecnico imposto da inglesi e americani.

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