Black bloc, le radici nella Germania ancora divisa dal muro

blackbloc_(Viewminder BY-NC-SA)

Il grigio degli anni di piombo diviene più oscuro, fino al nero assoluto. È il percorso formativo dei black bloc a far coincidere un passaggio di tonalità con i processi complicati delle trasformazioni sociali. Il movimento, infatti, scaturisce dall’età del terrorismo nella Germania ancora divisa dal Muro e dalla Guerra Fredda. A ovest, imperversano gli oppositori della Nato, del dispiegamento dei missili Pershing e del capitalismo senza briglie difeso dall’impero mediatico di Axel Springer. Di quest’ultimo in letteratura si occupa Heinrich Böll con il suo capolavoro, “L’onore perduto di Katharina Blum”, uscito nel 1974 e portato sullo schermo subito dopo da Volker Schlöndorff. E a rileggere il romanzo e a rivedere il film si trovano e si comprendono in modo lineare le scaturigini di un dissenso estremo che giunge alla violenza armata della Rote Armee Fraktion. Meno farraginosa e più determinata delle Brigate Rosse, la formazione tedesca segna lo spartiacque degli anni di piombo con il rapimento e di Hanns-Martin Schleyer, il presidente della confindustria tedesca, la cui salma viene fatta ritrovare il 18 ottobre 1977. Il governo federale di Bonn risponde con un’offensiva altrettanto priva di mezze misure e nella prigione di Stammheim, quello stesso giorno, avvengono i controversi suicidi di Gudrun Ensslin, Andreas Baader e Jan-Carl Raspe, fondatori e personalità carismatiche della lotta armata nella Germania occidentale.

Per le strade e nelle piazze delle grandi città tedesche fanno la loro prima apparizione dei nuclei compatti di oppositori completamente vestiti di nero. Formano masse compatte che sembrano capaci di resistere meglio alle cariche, agli idranti ed ai lacrimogeni. Vengono battezzati Schwarzer Block, blocco nero, in tedesco. Vi convergono anarchici e Autonomen, che insieme compongono una nebulosa a sinistra di tutte le sinistre. Attirando proseliti anche dall’estero, soprattutto dalla Francia e dai Paesi Bassi. Nell’Europa non ancora unita anche dalla moneta, le nazioni a maggior sviluppo industriale, dove si fanno le prove generali dell’economia globale, succede che si sviluppino gli anticorpi più robusti. Eppure, l’avanzata iniziale dei black bloc non da segno di quella preparazione militare vista successivamente. La scelta del nero è un espediente. Si dà l’impressione prospettica di essere in tanti rispetto alle forze dell’ordine schierate. Per quasi un ventennio, le dinamiche degli scontri non differiscono sostanzialmente da quelle già viste negli Stati Uniti degli anni ’60, a Berkeley, a Chicago e ad Attica, qui durante la rivolta carceraria. O meglio ancora, vi è continuità con il ’68 e il maggio francese. Poi, a ridosso del nuovo millennio, il salto di qualità. Nel 1999, dal 30 novembre al 4 dicembre, si tiene a Seattle la Conferenza ministeriale del Wto.

Gli assalti dei manifestanti assumono caratteristiche strategiche ben diverse dallo spontaneismo del passato. Se l’alta finanza si avvia a spiazzare i governi, i no global sono pronti a non permetterlo nel nome di un dissenso che dagli ideali sfocia nella guerra metropolitana. Allora anche i media si accorgono del fatto che i black bloc hanno acquisito capacità operative non certo limitate dal folklore del corpo al corpo, delle manganellate e degli schizzi di sangue. Non si tratta più di una generica “contestazione”, bensì della lotta articolata e senza compromessi al nuovo ordine mondiale.

Di nuovo, torna utile la letteratura. Bruce Sterling, che con William Gibson aveva rinnovato la fantascienza apportandovi l’impatto dei computer e inventando il filone cyberpunk, anticipa la deriva civile di Seattle con il romanzo “Caos Usa”. Fra quelle pagine, la violenza di Seattle e le tattiche di guerriglia metropolitana compongono una profezia a breve scadenza. Confermata dagli episodi di Praga, di Quebec e soprattutto di Genova. Nel capoluogo ligure i black bloc rubano la scena ai grandi che discutono di macroeconomia sulla testa di una popolazione planetaria già avviata al settimo miliardo. Con la conseguente ridda interpretativa complottista. Si legge e si sente dire che i black bloc sono provocatori, addirittura professionisti dei servizi segreti, contractors e simili. Si lega il caso della caserma Diaz all’inferno dei giorni precedenti nelle vie di Genova. Come spesso accade, nel calderone mediatico abbondano le approssimazione. L’Fbi ha ammesso ufficialmente di aver cercato di indagare dietro le quinte del movimento anche con il ricorso alle tradizionali tecniche d’intelligence: microfoni, telecamere e infiltrazioni. Nulla che, comunque, possa far pensare all’ennesima strategia della tensione. Resta il concreto. La preparazione operativa dei black bloc viene attestata ripetutamente.

noexpo-milano-010515_(Andrea Manenti FEDRA CC-BY)

Milano, 1/5/2015 (Foto FEDRA Studio Andrea Manenti CC-BY 2.0)

Prima di Milano, c’era stata Roma, con i 500 del 15 ottobre 2011 al corteo degli indignados. Di contro, le istituzioni, non per la prima volta, mancano di un disegno altrettanto efficace per ricondurre la dialettica salutare della democrazia al confronto culturale e non alla megarissa. Arriva una condanna dell’Europa per la Diaz e si reagisce ordinando alle forze dell’ordine di “evitare il contatto”. Le telecamere e i telefonini, però, sono tutti puntati sui vandali, perché le esplosioni di vetri, le molotov e i sassi fanno spettacolo. Si intervistano improvvisati aderenti ai black bloc che nulla sanno e nulla possono rivelare di quanto avviene dietro esibizioni devastanti che durano lo spazio di un telegiornale e restano poi immortalate nelle discariche visive della rete.

Roberto Vacca, che all’inizio degli anni ‘70 aveva sconvolto gli ottimisti con il saggio Il medioevo prossimo venturo, precisa in forma narrativa la sua analisi sulla crisi dei grandi sistemi organizzati. black blocNel romanzo del 1974 “La morte di Megalopoli” è di scena un’America informatizzata ed interconnessa, dove la funzionalità sociale dipende da quella elettronica. Due aerei si scontrano in volo e uno di essi precipita su un cavo da 380 kv, provocando il black-out sulla costa nord-orientale. Di qui una spirale rovinosa di eventi che azzera la civiltà senza nemmeno il bisogno del conflitto termonucleare. I superstiti tornano al feudalesimo, aggiornato fra le rovine della megalopoli. Con rituali di stupro collettivo. “Requiem per un cacciatore” di Henry Kuttner è ambientato nel Central Park, già pericoloso negli anni ‘50. L’autore lo prevede popolato in futuro da vere e proprie tribù di cacciatori di teste. Un pezzo di giungla selvaggia nel cuore della metropoli, come in fondo è diventato non solo il Central Park, ma anche qualche ridente giardino pubblico del tipo di Parco Lambro. Più ampia la prospettiva di Robert Heinlein, che scrisse nel 1952, il lungo racconto “La congiuntura”, in cui un matematico ravvisava nelle curve statistiche un’impennata di follia e violenza collettiva che avrebbe portato in breve tempo all’autodistruzione dell’umanità.

James G. Ballard denuncia l’involuzione tribale della convivenza civica in romanzi come “Il condominio”, “Millennium People” e “Regno a venire”, tutti imperniati su gruppi di individui evoluti e benestanti che regrediscono alla stato selvaggio per l’incapacità di rapportarsi e comunicare nel panorama cittadino. L’altro, il diverso di cui si ha paura è il familiar stranger, l’estraneo familiare, che si incrocia per le vie o sui mezzi pubblici. Straordinaria nell’anticipazione pressoché esatta del presente è Doris Lessing in “Memorie di una sopravvissuta”. Edito sul mercato angloamericano nel 1974, il libro contiene una serie convergente di episodi riassumibili con l’espressione “elegia dell’apocalisse urbana”. La protagonista narra in prima persona la caduta a picco dell’ordine pubblico e dei servizi in un immenso territorio metropolitano. Le uniche sue scelte sono il fatalismo e la rassegnazione: «Le cose non andavano tanto bene, anzi alcune andavano davvero male. Ed erano parecchie ad andare male, a rompersi, a degenerare o a “generare un certo allarme”, per dirla con i telegiornali». Si va dall’ascesa del teppismo alla formazione di branchi pericolosissimi di bambini randagi. Un presagio dei niños da rua brasiliani. Il futuro incuba nel presente? Non sarà la prima volta che la letteratura, frutto del talento individuale capace di scrutare nella lunga prospettiva, serve più delle statistiche. In una cornice di finzioni, come per quelle di Borges, va iscritta la metafora del reale. Il reale documentato dalle apocalissi ultraveloci scatenate dai black bloc, protagonisti di quella che Philip Howard definì sul Times, instant history, storia istantanea.

 

(Enzo Verrengia, FuturoQuotidiano.com)

 

Foto Viewminder CC-BY-NC-SA 2.0

 

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