Lingue straniere: apprenderle non basta più, serve lavorare alla loro acquisizione

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Si dibatte da anni e si continua a farlo, quale sia il metodo migliore per acquisire la padronanza di una lingua straniera. Attenzione: ho detto acquisire e non apprendere. Perché già dall’accento sulla differenza dei due termini in campo psico-linguistico si comprende la delicatezza del problema. L’apprendimento attiene al semplice campo del cognitivo (sintassi, regole, correttezza formale). L’acquisizione attiene al campo più vasto della comunicazione (motivazione, emozione, personalità, carattere). I progressi fatti dalla ricerca in campo linguistico non lasciano dubbi sulla bontà e sull’auspicio che nella scuola si adottino metodi che poggiano sul versante dell’acquisizione, sebbene questo costi di più. Maggiore impegno professionale. Migliore preparazione dei docenti.

Maggiore impegno economico delle famiglie per consentire ai propri figli un soggiorno all’estero e una full immersion nella L2 di turno. Perché è questa la condizione indispensabile per padroneggiare una lingua straniera, dopo aver pedissequamente appreso la sua struttura formale sui banchi di scuola. Un po’ come per la musica. Come dicono i grandi del jazz. –  studia, poi dimentica tutto e suona. Eppure, anche dopo tutto ciò, ci si accorge che permangono ancora difficoltà che non consentono di comunicare come si vorrebbe e creano un grande senso di frustrazione al pensiero che ci si è  impegnati tanto senza risultati soddisfacenti. Che cosa si frappone ancora a quel misterioso oggetto del desiderio? Su che cosa si dovrà ancora lavorare per raggiungere il target?

Esistono purtroppo degli ostacoli inconsci, che ogni parlante una lingua straniera dovrebbe fare emergere ad un livello di consapevolezza e adoperarsi strategicamente al meglio per fronteggiarli, evitando così di farsi travolgere dalla frustrazione. Non si tratta di lacune nell’impegno profuso, ma di ostacoli del tutto oggettivi e impossibili da superare nel breve periodo, tanto più se non se ne ha coscienza. Il cosiddetto “affective filter” di Krashen&Terrel e “l’orecchio sordastro” di Tomatis rappresentano degli impedimenti a capire e a parlare bene una lingua straniera e possono essere superati soltanto con la pratica e con un atteggiamento di base fiducioso e paziente.

È del 1983 l’esordio di Stephen Krashen e Tracy Terrel con “The Natural Approach” in campo linguistico e rappresenta una svolta nell’apprendimento delle lingue straniere. Per la prima volta vengono citati vissuti emozionali del parlante, come paura, nervosismo, noia, resistenza al cambiamento, quali agenti inibitori del processo di acquisizione di una seconda lingua, in quanto ostacoli che si frappongono al raggiungimento del linguaggio con la sua complessità di parole, regole, suoni e intonazioni (la musica di una lingua) nell’area del cervello deputata alla elaborazione linguistica (Area di Broca). Con un approccio completamente diverso, tutto incentrato sulla percezione fisico-sensoriale Tomatis (1992) ci tranquillizza e ci spiega il motivo della nostra frustrazione. Nonostante la nostra migliore volontà, noi quali nativi di lingua madre italiana, non siamo fisicamente in grado di sentire i suoni di una lingua straniera che si articolano su frequenze completamente diverse dalle nostre.

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Il nostro orecchio è abituato -attraverso la nostra lingua, l’italiano- a percepire chiaramente frequenze che vanno dai 1500 fino a un massimo di 3000 Hertz. Non è assolutamente in grado di percepire suoni (leggi: parole) che si attestano su una gamma di frequenze che spazia dai 3000 ai 13000 Hertz, quale la lingua inglese. Il tedesco si attesta su una gamma che va dai 2000 ai 4000 Hz. Il francese e lo spagnolo più o meno come l’italiano. E – ancora secondo Tomatis – se il nostro orecchio non è in grado di percepire tali suoni, noi non siamo nemmeno in grado di emetterli. Perché – scientificamente da lui provato – i suoni che non si riescono ad “ascoltare” non si possono “pronunciare”. Il nostro orecchio appare “sordastro”. Così definisce Tomatis questa particolare condizione in cui viene a trovarsi il nostro udito.

Si comprende benissimo che tutto ciò non è cosa di poco conto. Per un verso ci sentiamo liberati. Per un altro avvertiamo la complessità della questione e ci sentiamo ancora più sfiduciati nell’affrontare il viaggio. Perché si tratta di un viaggio non proprio breve. I due motori di cui abbiamo bisogno dovranno essere inevitabilmente una fortissima motivazione e in subordine una impellente necessità d’uso della lingua in questione. Non a caso l’innamoramento ha funzionato alla grande in molte storie di apprendimento linguistico.

Questo per dire che non è proprio una passeggiata o l’avventura di un momento. Si tratta di un processo che pone in atto dinamiche psico-fisiche complesse, che possono essere padroneggiate e fatte proprie, soltanto se lasciate agire su di noi, pienamente consapevoli di quanto va accadendo volta per volta sia a livello emozionale (fiducia in se stessi, ansia di prestazione, blocco emotivo) che a livello puramente fisico-sensoriale (capacità di ascoltare ed emettere suoni di frequenze inusuali nella propria lingua madre). Ciò che ci conforta in questo viaggio è che non siamo i soli ad aver provato sconforto e delusione, ma anche entusiasmo ed eccitazione.

Mi piace a tale proposito riportare un passo di Mark Twain a proposito dell’impegno profuso a imparare una lingua straniera “In base ai miei studi di filologia sono arrivato alla conclusione che una persona dotata riesce ad imparare l’inglese (se si esclude l’ortografia e la pronuncia)in trenta ore, il francese in trenta giorni e il tedesco in trent’anni. È ovvio che la lingua tedesca ha bisogno di essere rimodellata e riparata. Se rimanesse così com’è dovrebbe essere accantonata, con dolcezza e riverenza, tra le lingue morte, perché solo i morti hanno tempo sufficiente per impararla”.

(Nicola Corrado, Futuroquotidiano.com)

Foto mickangel CC-BY-NC-ND 2.0Eric Andresen CC-BY-NC-SA 2.0

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