La spesa militare cresce, ma non in Europa

armi-nato_guerra_(usnavy CC-BY)

L’Agenzia Europea di Difesa (EDA) ha di recente reso noti i Defence data 2013, dati relativi alla spesa per la difesa dei ventisette membri dell’agenzia, dipingendo un quadro europeo ancora frammentato e in forte controtendenza con le dinamiche che caratterizzano la spesa militare globale.

Meno investimenti

Emergono innanzitutto due dati positivi, seppur piuttosto limitati: le spese relative al personale militare sono scese sotto il 50% del totale (49,3%) per la prima volta dal 2006, mentre il capitolo “ricerca e sviluppo” ha visto una leggera crescita, toccando i 7,5 miliardi EUR (4% della spesa totale). Fortemente negativi  sono invece i trend della cooperazione transnazionale: l’84% della spesa in appalti per equipaggiamenti avviene ancora a livello nazionale, mentre le collaborazioni nazionali nel 2013 sono crollate del 21,6%. A questo si affianca una generalizzata caduta degli investimenti: secondo l’Istituto Europeo di Studi sulla Sicurezza (EUISS), la spesa aggregata dell’UE nel 2014 è scesa a 200,3 miliardi (1,44% del PIL EU28), -1,8% rispetto al 2013.

La spesa militare in Europa e nel mondo

Dissezionando i dati aggregati è però possibile riscontrare trend contrastanti in seno all’UE. Da un lato l’Europa occidentale ha registrato forti tagli, legati soprattutto alla crisi finanziaria: secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Francia, Germania, Italia, e Spagna hanno complessivamente ridotto la spesa militare di oltre 4 miliardi (152,4 miliardi USD nel 2014), ed il Benelux ha registrato un leggero calo (15,6 miliardi USD). Al contrario, in Europa orientale gli investimenti sono in crescita: la Polonia ha speso il 13% in più rispetto al 2013 (10,5 miliardi USD), mentre i tre Paesi baltici hanno complessivamente speso 1,2 miliardi (+6%). Si tratta di una tendenza essenzialmente legata all’accresciuta percezione della minaccia proveniente dalla Russia, che ha incrementato la spesa militare a 84,5 miliardi USD (4,5% del PIL), investendo principalmente  nell’ammodernamento delle forze.

Al di là dell’Atlantico, gli Stati Uniti hanno speso nel 2014 610 miliardi USD (3,5% del PIL), il 34,5% della spesa globale. A seguire la Cina, con 216 miliardi USD (2,1% del PIL). Il build up militare cinese risponde a precise necessità geopolitiche di medio e lungo termine, miranti a “salvalguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e l’integrità territoriare […], la protezione dei diritti e degli interessi marittimi”, una politica che ha alimentato il sospetto dei competitor regionali, Giappone in primis. Tokyo ha approvato nel 2015 il più alto budget militare dalla Seconda Guerra Mondiale (42 miliardi USD) e intende svincolare le forze armate dai limiti imposti dalla costituzione post-1945. Altre potenze regionali stanno poi incrementando i propri investimenti, tra cui Corea del Sud e India (36,7 miliardi e 49,9 miliardi nel 2014).

Trend crescenti sono stati registrati anche in Africa, dove la spesa militare aggregata è salita da 46,5 a 50,2 miliardi, mentre l’America Latina ha visto un leggero calo, attestandosi a 72 miliardi USD. Il Medio Oriente, teatro di diversi focolai di instabilità, ha registrato una crescita da 181 a 196 miliardi USD, il 12,5% della spesa globale. Con poche eccezioni, tutti gli Stati arabi della regione stanno aumentando le proprie spese militari. Tra essi spicca l’Arabia Saudita, che da nel 2014 ha speso da sola 80 miliardi USD, coerentemente con la sua rinnovata assertività nel ribilanciamento regionale di poteri. In merito all’Iran, il SIPRI dispone di dati aggiornati fino al 2012, quando la spesa militare ammontava a 12,7 miliardi USD, mentre Israele ha subito un leggero calo nel 2014, attestandosi a 15,9 miliardi.

Verso un mondo multipolare

I dati parlano chiaro: nel 2014 la spesa militare mondiale ha raggiunto il picco storico di 1767 bilioni di dollari e i trend di spesa delle diverse potenze globali e regionali riflettono il riorientamento verso un sistema internazionale multipolare, e dunque più insicuro, in cui proxy war e attori non-statali stanno alimentando le tensioni regionali.

In tale contesto, l’UE non ha ancora raggiunto la capacità di reindirizzare le diverse direttrici della politica estera nazionale verso una direttrice comune, restando priva di una strategia unitaria concreta capace di predisporre uno strumento militare che funga da deterrente e da strumento chirurgico nelle aree di crisi, integrato in un più ampio ventaglio di opzioni in grado di proteggere gli interessi europei e al tempo stesso dare alla politica estera un’impronta innovatrice.

(Enrico Iacovizzi, via Rivistaeurope.eu)

Foto US Navy CC-BY 2.0

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