Il caso Google tra concorrenza, politica e lobby

google_(alainbachellier CC-BY-NC-ND)

Due settimane fa la Commissione Europea ha formalmente accusato Google di avere violato le norme sulla concorrenza, abusando della propria posizione dominante. La società di Mountain View sarebbe colpevole di aver messo in evidenza i propri servizi nei risultati di ricerca, anche a scapito dell’effettiva rilevanza per gli utenti. La Commissione può in casi come questo comminare una multa fino al 10% del fatturato dell’azienda, in questo caso fino a 6 miliardi di euro. Sarebbe la multa più alta di sempre.

UE vs Google: una questione politica?

Subito dopo la notizia, è iniziato un dibattito sulla reale fondatezza delle accuse nei confronti di Google, e diversi osservatori hanno fatto notare come in realtà il caso sia legalmente un po’ fragile, perché potrebbe essere difficile per la Commissione dimostrare come i comportamenti di Google abbiano determinato un danno per gli utenti, che nella maggior parte dei casi risultano invece soddisfatti dei risultati delle loro ricerche. Ci sono del resto voluti cinque anni di investigazione e tre tentativi di accordo falliti per arrivare alle accuse formali: anche per questo alcuni quotidiani internazionali e americani hanno sottolineato come il caso contro Google sia, più che un semplice problema di Antitrust, una questione politica.

La ricerca di un accordo e le resistenze tedesche

E’ infatti vero che, fintantoché alla Concorrenza c’era il Commissario Almunia, nulla si era mosso nella direzione delle accuse formali, ma anzi si era sempre cercato un accordo. L’ultima volta, lo scorso febbraio, la Commissione era sembrata convinta dalla proposta di Google, almeno fino a quando non è intervenuto il Commissario tedesco Oettinger (all’epoca all’Energia, oggi al Mercato Digitale) a bloccare il compromesso, come lui stesso ha rivendicato nel corso della sua audizione al Parlamento Europeo lo scorso autunno.

Perché lo abbia fatto, è facile a intuirsi: la Germania è particolarmente sensibile al tema della protezione dei dati e non ha ancora del tutto accettato le rivelazioni del caso Snowden e quanto è emerso in seguito, ovvero le attività di spionaggio e sorveglianza americane in Europa portate avanti anche grazie ai dati raccolti dai social network e dai colossi del digitale. Una parte della politica tedesca non vede poi di buon occhio l’assoluto predominio di società statunitensi nel settore e vorrebbe vedere emergere qualche grande società europea. Secondo il Financial Times, I francesi condividono questo scetticismo, e hanno coniato l’acronimo GAFA per indicare I colossi americani: Google, Apple, Facebook e Amazon.

La spinta in realtà non è stata solo politica. Nella complessa partita del mercato digitale europeo gioca un ruolo importante l’editore tedesco Alex Springer, che pubblica il quotidiano più diffuso in Europa, Bild. Springer è uno dei soggetti privati che hanno sporto denuncia contro Google aiutando la Commissione a preparare il caso, perché infastidito dal servizio Google News e dal costo dell’indicizzazione dei propri siti nel popolare motore di ricerca. Come ricorda sempre il Financial Times, Springer potrebbe anche aver avuto un ruolo nel repentino cambio di opinione di Angela Merkel rispetto alla candidatura di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione Europea. In seguito a un editoriale della Bild in cui Juncker veniva indicato come “la scelta degli europei” la cancelliera tedesca avrebbe infatti improvvisamente optato per appoggiarlo apertamente, dopo l’iniziale scetticismo.

Microsoft vs Google: una questione di lobbying

Alle critiche tedesche si sono aggiunte anche quelle americane, di società come TripAdvisor ma soprattutto di un colosso a sua volta multato in passato dalla Commissione Europea: Microsoft. Il New York Times ha riportato in dettaglio le attività di lobbying sostenute da Microsoft a Bruxelles per dimostrare l’impatto negativo di Google sui consumatori europei. La società di Bill Gates finanzia infatti l’Iniziativa per un mercato digitale concorrenziale (ICOMP), che riunisce molte altre grandi società e che ha prodotto diversi studi sul comportamento di Google e sui possibili danni causati alla concorrenza. Microsoft è la quinta società per spese di lobbying a Bruxelles, con circa 5 milioni di euro investiti nel 2014, secondo il Registro di trasparenza della Commissione Europea. Uno sforzo imponente che però sembra aver dato i suoi frutti. Google invece, secondo la rivista POLITICO, sta pagando il prezzo per non aver saputo leggere il panorama politico europeo.

(Andrea Sorbello, via Rivistaeurope.eu

Foto Alain Bachellier CC-BY-NC-ND 2.0

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