Expo 2015: ora che è partita, facciamola per bene

Alcune critiche a Expo erano legittime, soprattutto per quanto riguarda l’irrealistica analisi costi-benefici. Ora che è iniziato però, la principale preoccupazione deve essere impegnarsi per arrivare in fondo nel migliore dei modi. Il corteo del 1 maggio e il vizio culturale di dire sempre no.

expomilano-renzi_(palazzochigi CC-BY-NC-SA)

Expo2015, le critiche di ieri …

Non sono mancate le critiche di principio e di fatto al progetto di Expo 2015, critiche formulate anche per tempo da LaVoce.info, quando nell’aprile 2008 Milano fu scelta come sede della grande manifestazione, e poi riformulate e precisate più recentemente quando la magistratura ha cominciato a mettere in luce i gravi episodi di corruzione connessi con le  – grandi e meno grandi – opere necessarie per far partire il grande evento.

Le critiche espresse in passato hanno messo in luce, con argomentazioni di dettaglio, come il progetto di Expo 2015 sia stato viziato dalla predisposizione di analisi costi-benefici irrealistiche che ne computavano solo e ottimisticamente i benefici e dimenticavano invece di calcolarne alcuni costi certo non irrilevanti. Tra i costi non contati, il fatto che il denaro pubblico necessario per il progetto viene prima o poi dalle tasche dei contribuenti, anche quando il ricorso al finanziamento in deficit nasconde per qualche tempo gli effettivi oneri di una grande opera all’attenzione dell’opinione pubblica. Con l’annesso che, in quanto denaro pubblico, è suscettibile di impieghi alternativi. E soprattutto che, se la spesa richiede nuove tasse per il suo finanziamento, il beneficio di maggiori redditi che ne deriva è ovviamente minore rispetto a uno scenario in cui si contabilizzi solo l’indotto associato alle nuove spese. Un calcolo più attento dei più e dei meno avrebbe portato a stime più precise (e meno roboanti) degli effetti attesi dall’Expo.

… e le esigenze di oggi

I dubbi di ieri – per quanto legittimi e motivati – non cancellano però che oggi l’Expo c’è e ci sarà per i sei mesi che vanno dall’inizio di maggio fino alla fine di ottobre 2015. Il che genera due doveri per il governo e gli enti locali coinvolti e un’opportunità che si può definire culturale per una parte non irrilevante della società italiana.

Il primo dovere per la politica è a questo punto quello di impegnarsi per arrivare in fondo nel migliore dei modi. A cominciare da poche cose spicciole come quella di monitorare che, dopo il successo di visitatori dei primi giorni successivi all’inaugurazione, tutti gli stand siano davvero finiti rapidamente. Più in generale, per arrivare bene in fondo, serve che dall’Expo vengano fuori benefici veri per l’economia. E’ il Pil dell’Italia (cioè la somma dei redditi di tutti) che deve salire – se possibile – anche dopo il 31 ottobre 2015, non solo il reddito dei – fortunati e bravi – coinvolti nella predisposizione delle opere, degli stand e delle vetrine fisiche e virtuali del Made in Italy in mostra alle porte di Milano.

Da qui al 31 ottobre 2015 la politica ha poi un secondo dovere, quello di azzerare o ridurre il più possibile le ruberie e le conseguenze negative dei lavori fatti con il ricorso a procedure di urgenza. In passato, come bombe a orologeria, le procedure di urgenza – fatte perché non si sono programmati gli interventi per tempo – hanno sempre lasciato strascichi giudiziari di natura penale e civile. Se si vuole che le opere e gli investimenti pubblici diano davvero un contributo alla crescita (la qual cosa il governo italiano ha richiesto all’Europa stimolandola ad andare oltre il timido piano Juncker) occorre imparare a promuoverne uno svolgimento ordinato, il che richiede di andare oltre la solita – inefficace se non dannosa – spinta dell’emergenza.

Il diritto-dovere di fare le cose per bene

Dall’Expo di oggi emerge poi un diritto-dovere culturale anche per la società italiana nel suo complesso, soprattutto per quella parte non marginale che ha sfilato nella componente pacifica del corteo del primo maggio nel centro di Milano. Non è tifando contro che si ricrea quella ricchezza che le ruberie hanno sottratto e continuano a sottrarre alla maggioranza dei cittadini. Non è opponendosi all’Expo in corso che si dà una possibilità all’Italia che da troppi anni vede lo zero o il sottozero associati alla crescita del suo Pil. Il buon funzionamento dell’impresa Expo, cioè di un’iniziativa imprenditoriale soggetta alle mille incertezze dell’attività d’impresa – da quella sul flusso di turisti che verranno davvero a quella sull’effettiva addizionalità dei flussi turistici per il paese e non solo per Milano – ha dunque un valore anche culturale. Accettare e magari impegnarsi per far andar bene un’impresa di cui non si condivide tutto (o anche niente) sarebbe un passo avanti di pragmatismo, della cui mancanza la società civile italiana spesso accusa la politica. L’Expo è cominciato tra le polemiche. E’ importante che vada avanti e finisca nel migliore dei modi.

(Francesco Daveri, LaVoce.info)

Foto Palazzo Chigi CC-BY-NC-SA 2.0

1 comment to Expo 2015: ora che è partita, facciamola per bene

  • mark

    be noi italiani siamo abituati alle critiche siamo apostrofati i vari modi non del tutto piacevoli gentili fai bene fai male e la stessa cosa sempre critiche figuriamoci con tutti gli stati che vogliono essere primedonne in europa in primis i mangiacrauti poi i galletti senza parlare degli infallibili lord che con quella vecchia megera della regina sembra che siano stati loro ad inventare il mondo ogni popolo ha le sue tradizioni il suo modo di vivere di pensare di agire piu forte o piu debole che sia lasciamocelo fare senza pensare di essere quelli piu intelligenti pero se ti scappa una critica verso queste primedonne be allora non capisci niente

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