Corruzione nell’Europa Orientale, toccata in particolare la sanità

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L’allarme arriva dall’Europa dell’Est. In quasi tutti i Paesi dell’ex cortina di ferro la corruzione è una piaga sociale. Un’idra dalle sette teste che divora non solo la politica ma anche un settore molto delicato come quello della sanità. Un sistema che si regge soprattutto sulle mazzette e i pagamenti in nero, ma non disdegna nemmeno gli “additional payment”, i regali da offrire per ottenere un favore o un trattamento privilegiato. E che si alimenta anche nella crisi. In una congiuntura economica sfavorevole, e in tempo di bassi salari, molti medici sottopagati accettano o sono costretti a far parte del gioco.

La corruzione nel mondo della sanità è un problema diffuso anche in Occidente, ma secondo i dati dell’European Commission survey 2013 – pubblicato nel 2014 e riportato anche dal settimanale britannico The Economist – i Paesi ex comunisti sono quelli che se la passano peggio. Dando un’occhiata ai numeri, in Romania il 28% degli intervistati dichiara di aver effettuato pagamenti non in regola, mentre in Lituania la percentuale si attesta intorno al 21%. Un’enormità se paragonata alla media europea del 5%. Seguono Grecia (11%), Ungheria (10%), Slovacchia (9%), Germania e Bulgaria (8%) e Lettonia (7%). Non va meglio nemmeno in Polonia, la locomotiva economica dell’Europa orientale. Stando ai dati dell’Economist, il 15% del campione dichiara di aver pagato mazzette. Fino a casi emblematici come quello estone, dove un direttore di ospedale è stato licenziato per aver chiesto ad un paziente una bottiglia di Cognac e 4000 corone (360 dollari) in cambio del prolungamento della degenza. E che dire del medico slovacco Viliam Fischer, uno dei cardiologi più rinomati in patria (nel 1998 fu autore del primo trapianto di cuore nel suo Paese) denunciato per aver accettato 3000 euro (oltre a una certa quantità di pollame) per fare un’operazione? Una vicenda incredibile, soprattutto se si pensa che era arrivato addirittura a candidarsi per la presidenza.

A ben vedere, quello della corruzione è un problema anche di tipo culturale. Dal rapporto si evince che il 73% degli europei ritiene che comportamenti di tipo corruttivo e disporre di determinate conoscenze siano elementi indispensabili per destreggiarsi nel settore pubblico. Un modus vivendi che tocca punte esponenziali in Grecia (93%), Cipro (92%), Slovacchia e Croazia (89%). In Occidente risalta invece il primato dell’Italia (88%). Un’isola latina in un mare slavo se si considera che la percentuale è la stessa anche in Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia. E non sembra nemmeno un caso che in tutti questi Paesi, inclusa la Spagna, la corruzione sia percepita come una piaga che coinvolge le istituzioni. Tutt’altra storia quella dei Paesi scandinavi, da sempre modelli virtuosi, nei quali la percentuale oscilla tra il 35 e 40%.

Ma al di là dei numeri, e anche se il problema rimane, non tutto è perduto. Dando un’occhiata ai dati del Corruption Perceptions Index elaborato da Transparency International nel 2014, I paesi dell’ex blocco sovietico, Romania e Bulgaria a parte, confermano una lenta ma costante risalita verso le prime posizioni, spesso appannaggio dei Paesi scandinavi e dalla Nuova Zelanda. Un passo in avanti che fa ben sperare, ma c’è ancora molto da fare. Soprattutto nella sanità.

(Giuseppe Di Matteo, via EastJournal.net)

Foto Alex Proimos CC-BY-NC

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