Ucraina, non solo guerra e crisi. Ma anche terrorismo

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L’attentato di domenica 22 febbraio a Kharkiv, nell’Est dell’Ucraina, che ha provocato la morte di quattro persone, tra cui un ragazzo di 15 anni, non è il primo della serie a matrice filorussa, ma è la prima volta che un attacco del genere causa vittime. La bomba, esplosa nel capoluogo della regione omonima durante una manifestazione per il ricordo delle vittime di Maidan del 2014 a Kiev, è il segnale che per il Paese si apre ufficialmente un altro fronte: dopo quello di guerra nel Donbass è la volta di quello terroristico, che per ora ha solo investito le regioni orientali e meridionali, in particolare quelle di Kharkiv e di Odessa. Ma se la situazione non si normalizzerà, rischia di arrivare sino nella capitale.

Secondo i servizi segreti di Kiev, dietro l’ultimo l’attentato ci sarebbe una cellula denominata “Partigiani di Kharkiv” riconducibile direttamente a Mosca. Markian Lubkivskyi, speaker della Sbu, l’intelligence ucraina, ha affermato che dietro gli attentatori ucraini addestrati in Russia ci starebbe direttamente il Cremlino. Negli ultimi giorni è la seconda volta che Vladimir Putin viene chiamato in causa, dopo che il capo della Sbu Valentin Nalivaychenko aveva affermato che a fare da regista alla strage di Maidan nel febbraio del 2014 c’era Vladislav Surkov, consigliere personale del presidente russo.

Al di là della propaganda di guerra e della retorica anti-russa, la questione del terrorismo può rappresentare per Kiev un grosso problema, proprio perché non si esaurisce nella longa manus russa sulle regioni del Sud-Est e non è un problema solo di infiltrazioni teleguidate dai territori occupati dai separatisti nel Donbass. Ha invece radici che vanno in quel tessuto politico-economico-sociale che nel corso degli ultimi mesi ha preso ancora più le distanze dal potere centrale. Le decine di attentati tra Kharkiv e Odessa avvenuti nel corso dell’ultimo anno non sono un fulmine a ciel sereno, né possono essere ricondotti tutti al Cremlino.

Il fatto che il presidente Petro Poroshenko e il premier Arseni Yatseniuk raccontino di non avere nemico al di fuori di Mosca è una sottovalutazione del quadro casalingo che è altamente instabile per conto suo. Basta ricordare come durante le proteste contro Victor Yanukovich buona parte delle regioni in questione si fossero schierate con l’allora presidente e come non solo nel Donbass i movimenti anticentralisti fossero diffusi, per capire che l’assenza di quel dialogo nazionale promesso e mai mantenuto può portare a conseguenze pericolose.

Sia a Kharkiv come a Odessa, dove dopo la tragedia del primo maggio 2014 – quando una quarantina di persone, tutti filorussi, morirono tra le fiamme della Case dei sindacati durante gli scontri con gruppi per così dire filogovernativi – il potenziale per nuove rivolte è elevato: non si tratta necessariamente di un allineamento con il Donbass per la separazione da Kiev, ma più di un posizionamento contro il nuovo-vecchio establishment che sino a oggi, complice ovviamente anche la guerra, si è incagliato proprio sulla questione fondamentale delle richieste di autonomia e decentramento.

Anche il parlamento, dove il governo ad ampia maggioranza filoccidentale è preoccupato di ricevere gli aiuti essenziali della comunità internazionale più che di redistribuire a Sud-Est quello che può, il dialogo con l’opposizione, costituita essenzialmente dai rappresentanti delle regioni orientali e meridionali, è fermo. Anzi, come aveva fatto Yanukovich ai suoi tempi, ora la giustizia selettiva si è messa al servizio del governo e a farne le spese sono i deputati del Blocco dell’opposizione (ex Partito delle regioni): da Olexandr Yefremov – ex governatore di Lugansk arrestato per abuso di potere – a Yuri Boiko, leader del partito, che secondo alcune voci potrebbe finire presto nelle patrie galere.

L’apertura del fronte terroristico non è insomma solo da mettere in relazione alla guerra nel Donbass e al duello tra Kiev e Mosca, ma anche al conflitto nemmeno troppo sottotraccia che coinvolge i poteri oligarchici del Paese: se nel Donbass si muove ancora Rinat Akmetov, tra Kharkiv, Dnipropetrovsk e Odessa è Igor Kolomoisky a tenere le briglia con la volontà di arrivare sino a Kiev, dove per ora rimangono in sella Poroshenko e Vitaly Klitschko, collegati al gruppo più conservatore di Dmitri Firtash. Bombe e attentati, da qualsiasi parte provengano, non hanno altro che lo scopo di destabilizzare e modificare situazioni già fragili per cambiare gli equilibri a livello locale e nazionale.

(Stefano Grazioli per Lettera 43, via RassegnaEst.com)

Foto sonnnateteria CC-BY 2.0

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