Tereza Mihalíková, la baby tennista del futuro?

Un ritratto di Tereza “Terka” Mihalíková, slovacca classe 1998 e vincitrice degli Australian Open junior dopo un percorso tortuoso e una finale vinta comodamente contro la britannica Katie Swan: è l’ennesimo prodotto del tennis dell’est fatto per lo più di potenza?

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Un bel tipo questa Terka. Tereza “Terka” Mihalíková è un personaggio che qualsiasi tabloid inglese spaccerebbe per la next big thing se non fosse che Terka è nata e si allena a Topoľčany, Slovacchia, e che una next big thing da coccolare gli inglesi l’hanno già trovata in casa propria nella appena sedicenne Katie Swan, sua avversaria nella finale di Melbourne

Perché Tereza può diventare un bel personaggio del tennis dei prossimi anni lo andiamo a rintracciare nei suoi bei occhioni blu, in quel misto di smorfie, sorrisi e pose bizzarre collezionati durante la cerimonia di premiazione dei baby Australian Open in cui entrambe le stelline si divertono un mondo ad accettare la sfida degli obiettivi nella desolazione di uno stadio semi vuoto e poco interessato al destino delle due.

Katie Swan parte favorita prima della finale, ha eliminato la n°1 del seeding Xu e l’altra stellina ungherese Galfi e ha i galloni della predestinata. Dopo un’ora e mezza invece Mihalíková batte Swan 6-1 6-4, servizio a uscire da sinistra e dritto in contropiede.

Le due giocatrici giocano a specchio, se ne confondono persino le movenze, vestite in bianco e rosa con scarpe e visiera identiche, la differenza la fanno l’81% di punti vinti con la prima di servizio, le 22 discese a rete e i 25 vincenti di Tereza contro gli 11 della Swan.

È virtualmente un 6-1 6-1 se escludiamo il passaggio a vuoto della slovacca all’inizio del secondo set. La Swan conduce 3-0 poi, al cambio di campo, richiede un medical time out e la partita finisce lì. Mihalíková è più fresca fisicamente dell’avversaria (letteralmente vittima dei tre set macinati in semi con Dalma Galfi, testimone una vistosa fasciatura alla coscia destra) e capisce che è il momento di spingere e chiudere.

Tereza così vince i baby Australian Open partendo da n°56 ITF e salta al n°14, appena dietro la sfidante britannica, battuta con un risultato che non può considerarsi veritiero in relazione alle reali potenzialità delle giocatrici, troppo evidente l’handicap fisico che ha condizionato la Swan.

Si diceva di un bel personaggio, una giocatrice che potrebbe afferrare il testimone che prima o poi Sharapova e Williams lasceranno incustodito non tanto nel mondo del tennis giocato quanto nella girandola di interessi mediatici che lo aggrediscono. E se si pensa al giocattolo che gli amici della Nike stano costruendo assieme alla WTA attorno al bel viso di Eugenie Bouchard, si intuisce quanto la Mihalíková possa scatenare gli appetiti degli sponsor.

Due diversi ostacoli si potrebbero frapporre lungo il percorso che potrebbe portare alla costruzione di un nuovo fenomeno mediatico e il primo dei due è puramente tecnico: la Mihalíková nel panorama del tennis mondiale, in particolare nel mondo junior, non rappresenta niente di diverso dal power tennis di tipica impronta est-europea, fatto di lunghe leve, drittone coperto e rovescio a due mani. Tennis non troppo diverso neanche quello della più minuta Katie Swan, sconfitta nella finale di Melbourne.

La Swan ha però dalla sua un anno di vantaggio (annata ’99 a differenza della Mihalíková ’98) e qualche finale importante in più già nel 2014 in Giappone, Canada e all’Easter Bowl, oltre che il supporto economico e strutturale di una intera nazione tennistica. E questo nel mondo pro, soprattutto nel percorso verso i pro, può contare parecchio.

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Il successo di Tereza non deve però essere visto come frutto del caso per quanto inaspettato agli occhi della stessa slovacca, che aveva fin lì collezionato solo una serie di secondi turni negli Slam; il percorso della Mihalíková a Melbourne è tortuoso nei primi turni del torneo, batte la svizzera Jil Belen Teichmann, n°2 del seeding, e Sara Tomic con un paio di maratone, per poi diventare più agevole dai quarti in poi facendo pesare una netta superiorità fisica sulle avversarie.

Per molti giocatori un torneo come questo ha il sapore della svolta, primi turni difficili con avversari titolati e vittorie sudatissime per poi chiudere in discesa e alzare facilmente il trofeo. Deve essere stato così anche per la Mihalíková che si lascia alle spalle un 2014 con pochi acuti e torna da Melbourne non solo con il blasone di essere stata la prima slovacca a vincere uno slam junior ma con la consapevolezza di poter diventare una giocatrice.

Essere una giocatrice però non significa essere una campionessa come aver vinto a livello junior non significa vincere tra i pro. Il secondo dei due ostacoli sul percorso della slovacca nasce proprio sulla base di questa considerazione.

Gli albi d’oro degli Slam junior sono costellati di nomi di cui abbiamo tristemente perso le tracce; l’Australian Open è inoltre la tappa meno battuta da giovani giocatori e giocatrici che devono avere già a disposizione un buon budget a disposizione o una solida federazione alle spalle per far fronte ad ovvie difficoltà di natura logistica ed economica e partecipare allo slam australiano.

Nel circuito femminile questo concetto emerge ancor più forte, il percorso verso un futuro da campionesse spesso non presuppone la partecipazione ai tornei junior ma le ragazze iniziano a macinare futures e challenger molto prima dei colleghi maschietti.

Negli ultimi 15 anni, tra le vincitrici dell’evento baby australiano, solo Victoria Azarenka non ha deluso le attese confermandosi tra le big proprio a Melbourne nel 2012 e 2013 mentre Jelena Jankovic si è fermata alla finale degli US Open del 2008, pur essendo arrivata ad essere numero uno del mondo in due occasioni. Il resto è un susseguirsi di Kapros (2000), Rus (2008), Pervak (2010) o Mestach (2011), giocatrici che a fatica hanno raggiunto posizioni tra la ventesima e la trentesima ma che comunque non hanno lasciato tracce importanti. Meglio è andata a Shahar Peer, Anastasia Pavljuchenkova o Barbora Zahlavova Strycova, non proprio dei fenomeni ma comunque affermatesi tra le top 20.

Per non parlare delle tristi vicende di casa nostra, vedasi il caso di Francesca Bentivoglio che, vinti gli Us Open nel 1993, ha abbandonato le velleità da campionessa fin troppo rapidamente o della sofferenza di Gianluigi Quinzi nell’annaspare nei futures mentre Borna Coric e Thanasi Kokkinakis, coetanei e frequenti vittime del nostro, hanno già scalpi come Gulbis o Nadal.

Facile quindi per Tereza pronosticare una carriera da professionista, considerando le qualità fisiche e le armi tecniche a sua disposizione. Facile anche prevederne l’appeal verso sponsor e media. Diventare una campionessa è però altra cosa, è una strada in salita che bisogna imboccare prima possibile, neanche il tempo di una smorfia.

(Cristian Cai, via UbiTennis.com)

Leggi anche “Dalla piscina alla racchetta, ecco come ho vinto gli Australian Open“.

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