Europa – Alle origini dell’Utopia

[…] Il nome proprio “Europa”, significa “dai begli occhi”, cioè “dagli occhi grandi”, in quanto gli occhi grandi furono un cardine del canone della bellezza femminile greca. […]

ratto-europa_(Rembrandt@wikimedia comm)

Quando nel 1516 Thomas More diffuse – a Lovanio presso l’editore Martens – il suo celebre scritto Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova Insula Utopia diede, con quel doppio titolo, vita ad un gioco verbale che deriva dalla pronuncia di due diverse parole greche, o meglio modellate sul greco, che però si pronuncerebbero, in inglese, allo stesso modo: ou-topos (= luogo che non esiste) ed eu-topos (= luogo felice). Il gioco era intenzionale perché lasciava aperte due possibilità. Suggeriva che la felicità – cioè lo Stato perfetto – coincide con un luogo inesistente, ma lasciava anche adito alla interpretazione più ottimistica: che cioè “un luogo di felicità” potrebbe comunque esistere, o forse è già esistito o addirittura esiste da qualche parte. Perciò il trattatello si presentava come relazione di viaggio, onde adombrare appunto che il luogo felice esistesse da qualche parte sul pianeta. (Analogo procedimento adottò Tommaso Campanella, quasi un secolo dopo, nel 1602, con le isole descritte dal nocchiero di Colombo nella Città del Sole.)

Il modello era antico: quello delle “isole dei beati”, dove approda fortunosamente Odisseo nell’Odissea o anche Giambulo nel secondo libro di Diodoro Siculo (I sec. a.C.). L’idea, antichissima, era che dunque da qualche parte ci fosse, nel pianeta, la sede della felicità. Gli antichi Greci avevano però concepito in proposito anche un’altra idea, molto meno ottimistica, che cioè la felicità (“l’età dell’oro”) appartenesse ad un tempo remotissimo e ormai smarrito per sempre. È l’altro grande autore della grecità arcaica, Esiodo, che la pensa in tal modo e affida questa concezione della “storia come caduta” al suo poema, Le opere e i giorni, dove, al principio, sviluppa la parabola mitico-storica delle cinque età dell’uomo, tutte in discesa.

L’utopia antica è dunque o un viaggio nello spazio o un viaggio nel tempo. In entrambi i casi molto problematico. Inutile dire che il motivo del viaggio nel tempo poteva comportare anche un’idea propositiva: auspicare che quel tempo felice ritornasse, immaginare cioè che “l’età dell’oro” fosse – come ebbe a scrivere Saint-Simon – davanti a noi, nel nostro futuro, non alle nostre spalle. Un tale idoleggiamento per lo più statico, quasi mai accompagnato da impegni di lotta mirante ad attuare la “felicità”, veniva deriso dai comici ateniesi del V e IV secolo a.C. per i quali tale visione era una delle tante stravaganze, o follie, dei filosofi.

La storia della critica dell’utopia è non meno interessante della storia dell’utopia. Entrambe sono istruttive per noi, che siamo oggi destinatari di una predicazione ingannevole a proposito dell'”Europa unita” come luogo “felice” finalmente raggiunto da popoli a lungo infelicissimi come gli europei. L’inganno è palese e perciò non se ne parla quasi mai: l’unione giova ai potenti e schiaccia e ricatta tutti gli altri. Non è notissimo, ma merita un cenno, il fatto che la voce Utopia dell’Enciclopedia Italiana (vol. XXXIV, 1937) sia dovuta a Delio Cantimori, all’epoca libero docente di storia del cristianesimo all’Università di Roma, e che si concluda indicando la “riorganizzazione pacifica dell’Europa”, propugnata da Coudenhove-Kalergi, come una delle tipiche utopie moderne.

Notazione lessicale: secondo la bellissima voce EUROPA (εὐρώπη) del Thesaurus Graecae Linguae di Henri Estienne, la parola, cioè il nome proprio “Europa”, significa “dai begli occhi”, cioè “dagli occhi grandi”, in quanto gli occhi grandi furono un cardine del canone della bellezza femminile greca. E infatti Giunone era detta “βοῶπις”, cioè “dagli occhi bovini”!

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(Luciano Canfora)

Immagine: Il ratto di Europa, Rembrandt H. van Rijn (1632)

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