San Valentino, quando l’Amore ha il tocco leggero di una farfalla – L’angolo di Michaela

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14 febbraio, la festa degli innamorati. Che cosa dire che non sia già stato detto? Che cosa scrivere che non sia già stato scritto? L’AMORE è un argomento tanto appetitoso quanto difficile, a portata di tutti ma sempre più sfuggente…e poi, è la festa degli innamorati o di quelli che amano? O sarà la festa dell’amore stesso? Qual è l’amore più grande, qual è quello più tormentato? E quante forme ha l’amore?

Per festeggiare stavolta in modo un po’ atipico – anziché cercare di rispondere a tutte queste domande – vi propongo due letture:

La prima è tratta dagli scritti di Carlo Maria Martini (1927-2012), biblista, arcivescovo di Milano per 23 anni e cardinale, che è stato interprete delle novità introdotte dal Concilio Vaticano II e ha dedicato molta della sua vita ai giovani.

La seconda racconta tramite la voce di Alžbeta, la protagonista undicenne del mio romanzo Dal diario di una piccola comunista (Besa Editrice, 2013), il primo amore da adolescente: leggero come il tocco di ala di una farfalla, tenero, evanescente.

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Il Cuore umano (tratto da Lettera ai giovani, 3 giugno 1990) di Carlo Maria Martini

Il cuore umano – il tuo, il mio, di tutti – è più ricco di quanto possa apparire; è più sensibile di quanto si possa immaginare; è generatore di energie insperate; è miniera di potenzialità spesso poco conosciute o soffocate dalla poca stima di se stessi, dalla frustrante convinzione che “tanto è impossibile cambiare qualcosa… tanto io non ce la faccio!”. Prova ad interrogarti sulle verità che stanno nel più profondo di te. Non esitare a porti domande fondamentali. Ascoltati nel profondo. E’ un tuo diritto interrogarti per conoscerti nelle tue luci e nelle tue ombre, per sapere da dove vieni, dove stai andando, che senso ha la tua vita. Non rifiutarti di pensare, ragionare, riflettere: temi piuttosto chi volesse soffocare questa tua capacità. […] E quando farai l’esperienza di far sbocciare un sorriso, accendere una speranza nella vita degli altri, t’accorgerai che anche nella tua vita ci sarà più luce, più senso, più gioia.

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DAL DIARIO DI UNA PICCOLA COMUNISTA

Un capitolo a parte – M’innamoro

(pg. 212-213)

 

   Dal diario

Giovedì, 27 novembre 1986

Opera buona: nessuna. Anzi, mi sono comportata da cafona con Mirko, non l’ho neanche salutato.

Come avrei potuto farlo? Lui è così stupendo! Io, forse… chissà se mi sposerà quando saremo grandi!

Un gufo cantante

Un giorno di fine novembre, Elena tornò a casa dalla lezione di pianoforte con una novità: oltre a suonare il pezzo di Beethoven, al concerto di fine anno avrebbe accompagnato anche un cantante. Chiese a mamma se il ragazzo potesse venire a casa nostra, perché avrebbero dovuto esercitarsi insieme almeno una volta alla settimana, e prima del concerto anche più frequentemente; naturalmente provavano insieme anche alla scuola di musica, ma non era sufficiente. Mamma sapeva chi fosse il ragazzo (addirittura lo conosceva dalla nascita, giacché era stata l’infermiera che gli aveva fatto delle visite domiciliari quando era un neonato) e non ebbe niente da obiettare.

Io non lo avevo mai visto prima, Mirko. Venne un giovedì pomeriggio, alle quattro e mezza, come accordato con mia sorella. Non suonò il campanello, ma bussò soltanto (la porta d’ingresso del condominio, invece, non aveva ancora la chiusura automatica e la gente entrava e usciva liberamente), svegliando Zampadal suo sonnellino pomeridiano. Gli aprì Elena e io andai a conoscerlo. Era un tipo strano: minuto, delicato, con gli occhiali che lo facevano sembrare un gufo e le orecchie a sventola. Lo trovai simpatico, perché era timido (come me), aveva un sorriso gentile e non sembrava per niente uno spaccone, come gli altri coetanei di Elena. Aveva una vocina fievole: non sarà un granché come cantante, pensai, e tornai a dedicarmi ai compiti.

Sapevo già che si sarebbero esibiti con Pieseň o rodnej zemi, “La canzone della terra natia”, che era una bellissima e difficilissima canzone composta da Gejza Dusík: Elena la stava provando già da qualche settimana. Quando sentii le prime note, allungai il collo, per riuscire a sentire l’entrata della vocina di Mirko anche con la porta chiusa. Ma non ce ne fu bisogno: quel ragazzino esile aveva una voce davvero forte e calorosa, ed era bravo a cantare quanto Elena a suonare, o almeno così mi sembrava. Ascoltai tutta la canzone a occhi chiusi, completamente assorta nell’emozione che la musica mi dava.

Quando arrivò mamma, andò ad ascoltarli in sala, comodamente seduta sul divano, quasi fosse a teatro. Applaudì anche a fine esibizione e fece i suoi complimenti a entrambi.

Io non uscii dalla mia camera fino a quando Mirko non se ne fu andato. La sua voce lo aveva posto nel cielo tra gli angeli, irraggiungibile, e io m’invaghii di lui: il mio amore da undicenne si rifaceva vivo ogni giovedì, dalle quattro e mezza alle cinque e mezza, e durò per tutti i mesi in cui i due si esercitarono insieme.

 (Michaela Sebokova Vannini – vedi il suo sito Cucinare Scrivendo)

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