Ucraina, accordo a Minsk sulla tregua ma molte nubi sul futuro

ucraina_(sonnnateteria  15710219934)

17 ore di negoziato è stato il tempo necessario per raggiungere quello che può essere definito un accordo minimo sulla crisi ucraina. A ben vedere, infatti, l’incontro tra Putin, Hollande, la Merkel e Poroshenko ha prodotto il minimo indispensabile per evitare che la situazione sfuggisse di mano definitivamente. Detto questo, non è certo un patto di cui poter essere fieri, quantomeno per le possibili prospettive di lungo termine.

Una tregua momentanea?

Infatti, il risultato del lungo negoziato di Minsk è sostanzialmente lo stesso di quello del settembre 2014. Tra gli elementi su cui è stato possibile trovare un accordo figurano il “cessate-il-fuoco” a partire dalla mezzanotte del 15 febbraio, la liberazione dei prigionieri, il ritiro di tutte le truppe straniere e dei mercenari dal territorio ucraino, il ritiro delle armi pesanti entro due settimane a partire dal 17 febbraio e una nuova Costituzione entro la fine del 2015, che garantisca una maggiore autonomia alle regioni controllate dai separatisti filo-russi.

Nel breve periodo, sono tutti elementi necessari per ristabilire un contesto di semi-stabilità non soltanto nell’Ucraina nell’est, ma nell’intera nazione. Il clima delle ultime settimane, infatti, stava fortemente minando le possibilità di un compromesso, e aveva portato il Presidente Hollande a pronunciare una parola che non veniva più pronunciata da un leader occidentale nei confronti della Russia dai tempi della guerra fredda: “la guerre”.

Accordo con troppe falle

L’accordo raggiunto risulta tuttavia assolutamente insufficiente in una prospettiva di medio e lungo periodo. Il primo problema è la mancanza di un organismo di controllo imparziale. La mancata delega all’ONU o all’OSCE della supervisione sul rispetto delle clausole è evidentemente sintomo di poca fiducia nel patto da parte di tutte le parti coinvolte. D’altra parte, anche se i leader separatisti hanno apposto la propria firma sull’accordo, la reale volontà di rispettare il cessate-il-fuoco dovrà essere testata sul campo, considerata anche la violenta offensiva delle ultime ore.

In secondo luogo, la promessa di elaborare un nuovo testo costituzionale entro il 2015 darà adito a speculazioni e tensioni non appena ci saranno le prime indiscrezioni sulla bozza costituzionale. Per evitare una tale situazione sarebbe necessario includere i separatisti nell’elaborazione e nella discussione della bozza costituzionale, così da rendere il processo più trasparente possibile e costringere i separatisti a partecipare alla vita democratica ucraina.

Ucraina, quale futuro?

Infine, la debolezza maggiore: cosa fare dell’Ucraina? L’accordo non fa alcun riferimento alla strada che il Presidente Poroshenko dovrà (potrà) seguire nei prossimi mesi o anni. Da un lato ci si chiede che ne sarà della dimenticata Crimea, dall’altro ci si interroga su quale strada intraprenderà l’Ucraina nei prossimi anni: andrà verso un processo di integrazione nell’UE, verso un assorbimento da parte della NATO o verso il mantenimento dello status quo e quindi l’allineamento alla Russia di Putin? Senza un’intesa su questa fondamentale questione, ogni accordo risulta davvero poco credibile.

In conclusione, l’accordo raggiunto è il minimo che poteva essere fatto per evitare al popolo ucraino una situazione che avrebbe potuto assumere le sembianze della crisi siriana. Questo non toglie che la strada verso la soluzione della questione ucraina è ancora in salita, e non è purtroppo da escludere una recrudescenza del conflitto nei mesi a venire. D’altra parte, quanto successo dopo l’accordo del settembre scorso dovrebbe aver insegnato a diffidare degli accordi come questo.

 

(Gianluca Farsetti, RivistaEuropae.eu)

Foto 21/1/2015 sonnnateteria 2.0 CC-BY

Articoli più letti

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.