Anonymous contro Isis: quando gli hackers sono buoni (?)

In nome della libertà di espressione, il gruppo collettivo Anonymous ha oscurato centinaia di siti, account Facebook e Twitter di fiancheggiatori e reclutatori per Isis. Per i governi occidentali, spesso vittime dei suoi attacchi, Anonymous è ora un inedito alleato nella lotta al terrorismo.

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#STOPISIS: ANONYMOUS CONTRO ISIS

Nei giorni successivi all’attacco terroristico contro il settimanale satirico Charlie Hebdo e il supermercato kosher a Parigi, il gruppo collettivo Anonymous ha pubblicato un video in cui annunciava l’intenzione di colpire con atti di boicottaggio e hackeraggio l’organizzazione terroristica “quasi-statale” Isis, in nome della libertà di espressione e della democrazia.

All’annuncio è seguita l’azione, nella forma di un attacco a centinaia di siti online, account Facebook e Twitter di fiancheggiatori e – soprattutto – di reclutatori dell’Isis. Non solo: insieme all’operazione contro gli avamposti di Isis sui social network – cioè la sua parte esterna, propagandistica –, Anonymous ha anche attaccato i cosiddetti Vpn (Virtual Private Network) vicini all’Isis, cioè le reti interne di comunicazione.

È difficile stimare l’efficacia dell’azione realizzata da Anonymous, cioè la percentuale di account sui social network effettivamente colpiti, rispetto al totale di quelli collegabili all’Isis. Ad esempio Carola Frediani su Wired usa toni più cauti di quelli letti nei resoconti di quotidiani nazionali come Corriere della Sera e Repubblica: in ogni caso, nel video che descrive l’operazione avvenuta, Anonymous sottolinea il fatto che vi abbiano partecipato individui di diverse provenienze geografiche e fedi religiose e anche vere e proprie spie. La voce metallica dell’annunciatore di Anonymous, coperto come prassi dalla maschera minacciosa e sogghignante di Guy Fawkes, pronuncia un breve discorso incentrato sul concetto secondo cui Isis è un virus sulla rete, mentre Anonymous è la cura.

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LE CARATTERISTICHE DI ANONYMOUS

Che cos’è Anonymous? Si tratta di un gruppo collettivo dai contorni indefiniti dedito ad attività di hackeraggio e boicottaggio sulla rete, in nome della libertà di espressione come caratteristica irrinunciabile di un regime democratico. In una prima fase, coloro che partecipavano al gruppo si dedicavano ad azioni quasi goliardiche, attacchi ludici in sé privi di connotazioni più serie. In una seconda fase, iniziata con l’attacco a Scientology (Progetto Chanology) a seguito della rimozione da internet di una discussa intervista dell’adepto Tom Cruise, Anonymous si è spostato su tematiche più prettamente politiche ed economiche, come ad esempio la difesa del sito di scambio di materiale pirata Pirate Bay.

In termini generali Anonymous gode dei vantaggi e degli svantaggi di un’organizzazione largamente decentrata, priva di una struttura gerarchica consolidata, ma capace di muoversi in maniera compatta attorno a “operazioni” specifiche, come appunto quella contro l’Isis (#StopISIS): se non esiste un’organigramma di Anonymous, risulta difficile – se non impossibile – smantellarne la struttura, in quanto le persone eventualmente interrogate o poste sotto arresto conosceranno solo i pochi membri dell’organizzazione a cui sono direttamente collegate, e non il resto del gruppo. Dall’altra parte, se l’elemento coagulante sono le operazioni specifiche da attuare, l’abilità di identificarne di nuove diventa una variabile strategica cruciale perché il gruppo possa fare proseliti ed espandersi.

L’immaginario collettivo – inteso anch’esso come gruppo orizzontale al pari di Anonymous – non può che essere catturato dall’idea di una lotta parallela degli Stati e di Anonymous contro i terroristi dell’Isis e Al Qaeda, nello stesso modo in cui in molti film di fantascienza gli invasori alieni vengono combattuti da una necessaria coalizione tra Usa e Urss (per chi si ricorda ancora la guerra fredda).

Dal lato di Anonymous, ogni operazione di boicottaggio corre sempre il rischio di indurre una controreazione da parte dell’oggetto dell’attacco, che consiste nel mimetizzarsi meglio, online e offline: in altri termini il virus del terrorismo, anzi il batterio, diventa resistente ai primi antibiotici utilizzati. Dall’altro lato, un’organizzazione agile e decentrata come Anonymous ha il vantaggio di essere per definizione sfuggente, così da poter colpire fiancheggiatori e reclutatori dell’Isis con tecniche di guerriglia online che non necessariamente gli Stati vogliono o possono utilizzare.

Intendiamoci: il tema generale dell’hackeraggio e del boicottaggio pone problemi etici non irrilevanti, che hanno anche risvolti di carattere giuridico/costituzionale. Esiste un’attività di hackeraggio “buona”? Senza la pretesa di fornire una risposta definitiva, si possono tuttavia qualificare come “buone” le azioni di attacco online contro soggetti (quasi) universalmente definitivi come “cattivi”: nel caso in questione l’aggettivo sembra piuttosto adatto per identificare organizzazioni terroristiche che attentano all’incolumità e alla libertà di altri individui. Il tema ha poi risvolti di carattere costituzionale nella misura in cui anche i servizi di intelligence svolgano attività di hackeraggio: il legislatore può concedere spazi di azione abbastanza larghi nel caso di operazioni contro il terrorismo, ma resta aperta la questione del controllo ex ante (l’ampiezza della delega data dai governi ai servizi di intelligence) ed ex post (il monitoraggio anche parlamentare sul rischio di attività “esorbitanti” rispetto alla delega e/o illegali). Anche la caratteristica in sé dell’anonimato non è neutrale dal punto di vista etico e giuridico: il vantaggio operativo di azioni anonime di gruppo va confrontato con il rischio di comportamenti illeciti sotto la “maschera” dell’anonimato stesso.

Resta a questo punto un dubbio, che potrebbe anche essere un suggerimento: che cosa impedisce alle “spie” vere, cioè ai servizi di intelligence, di partecipare ad Anonymous e influenzarne le azioni nella lotta contro il terrorismo? Anche tenendo in conto delle considerazioni etiche e giuridiche di cui sopra, i “servizi devianti” potrebbero essere un gran bel passo in avanti rispetto ai servizi deviati.

(Riccardo Puglisi, via LaVoce.info)

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