Fallimento dei colloqui a Minsk. In Ucraina si combatte duramente

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Minsk, i colloqui che avrebbero dovuto fermare i combattimenti in Ucraina. Nella città dove il 5 settembre 2014 era stato trovato il primo debole accordo tra le parti, a fermarsi invece è stato proprio il dialogo. Con il contorno delle solite accuse reciproche sulle responsabilità. A poco sono serviti gli appelli dei leader, da Merkel a Hollande, da Dačić (in rappresentanza della Serbia, alla Presidenza dell’OSCE), a Putin. A poco è servita anche la presenza dei firmatari dell’accordo del 5 settembre: l’ex-Presidente Leonid Kuchma per l’Ucraina, Heidi Tagliavini per l’OSCE e Mikhail Zurabov per la Russia (Ambasciatore russo in Ucraina). Mancavano invece i due leader dei ribelli filorussi, Aleksandr Zakharchenko (Rep. Popolare di Donetsk) e Igor Plotnitsky (Rep. Popolare di Luhansk), rappresentati dai loro vice, Denis Pushilin e Vladislav Deinego.

“La colpa è dei ribelli”, “Kiev fermi l’artiglieria”.

Al centro delle discussioni l’implementazione dei punti stabiliti il 5 settembre: cessate il fuoco, ritiro dell’artiglieria pesante, scambio di prigionieri. In realtà una discussione vera e propria non è neanche cominciata. “I ribelli hanno boicottato il negoziato”, ha detto Kuchma, “senza Zakharchenko e Plotnitsky, gli unici ad avere qualche potere tra i ribelli, una discussione non ha senso”. L’ex-Presidente ucraino ha poi aggiunto che i rappresentanti dei filorussi non si sono presentati per negoziare, ma soltanto per lanciare ultimatum. Kuchma ha ribadito comunque la disponibilità di Kiev ad implementare l’accordo dello scorso settembre.

Alle accuse ha risposto Pushilin, per l’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk: “il posto di Zakharchenko e Plotnitsky è accanto ai cittadini, tra le bombe sganciate dall’artiglieria ucraina. Si fermi il bombardamento e loro verranno”. La dura risposta è stata condita dall’accusa a Kiev di aver lanciato attacchi, proprio sabato, sui civili in coda per beneficiare degli aiuti umanitari e di averne ucciso almeno 12. Anche Pushilin ha manifestato la disponibilità al dialogo e a recarsi a Minsk, ma solo in caso di stop ai bombardamenti e di un accordo “già pronto e solo da firmare”.

Minsk, 12 punti da rivedere?

Facile la lettura delle sue affermazioni. I rappresentanti delle auto-proclamate repubbliche del Donbass sono disposti a trattare, ma non alle condizioni stabilite il 5 settembre. La situazione sul terreno è infatti notevolmente cambiata e i ribelli hanno guadagnato molto terreno rispetto ad allora, grazie anche all’offensiva delle ultime settimane. Con l’intenzione di tornare a trattare partendo da una posizione di forza si spiega anche la recente escalation, l’attacco a Mariupol e i recenti eventi di Debaltsevo, località a 55 km da Donetsk, dove i filorussi dichiarano di aver accerchiato un’intera unità dell’esercito governativo. Un evento smentito da Kiev, malgrado il Ministro della Difesa Poltorak abbia ammesso che i ribelli controllano parte della città.

Le uniche buone notizie provenienti dall’est Ucraina sembrano essere quelle relative al convoglio umanitario proveniente dalla Russia, composto da 170 truck, giunto nel Donbass accompagnato per la prima volta dagli osservatori OSCE.

Le accuse alla Russia, l’inerzia dell’UE

Una rondine che non fa primavera. Per una discussione costruttiva sembrano mancare i presupposti sul terreno. Non solo, sembrano mancare anche la volontà delle parti ed un’adeguata mediazione internazionale. Al dialogo di Minsk non può infatti giovare il muro contro muro tra UE e Russia, impegnate a sanzionarsi e boicottarsi vicendevolmente. Se da una parte Mosca – accusata da Kiev di aver foraggiato l’offensiva ribelle con almeno 10mila uomini e svariati mezzi e sistemi d’arma – sembra infatti in grado di leggere la situazione solo con il vecchio paradigma della realpolitik, dall’altra l’UE sembra incapace di scelte ponderate, ferma nella sua cieca adesione ai diktat USA e a delle sanzioni sempre più impopolari.

Ad essere sotto accusa infatti – oltre all’opportunità di provvedimenti che per danneggiare l’economia russa rischiano di creare danni anche a quelle europee, vedasi settore agroalimentare – è ancora una volta la tempistica. L’accordo del 5 settembre, promosso da Mosca, fu seguito dalla notizia del lancio di nuove sanzioni da parte dell’UE. In pratica come rispondere con uno schiaffo ad una mano tesa. Stavolta lo schiaffo (sanzioni ulteriormente implementate nei giorni scorsi) ha addirittura preceduto l’incontro, pregiudicandone in anticipo i risultati. In un muro contro muro, che non giova a Mosca, non giova a Bruxelles, ma soprattutto non giova all’Ucraina. Probabilmente un compromesso sarebbe comunque impopolare, in quanto comporterebbe la necessità di concedere qualcosa a Mosca. Una brutta stretta di mano però, a questo punto, sarebbe comunque meglio di una guerra fratricida.

(Mauro Loi, via RivistaEuropae.eu)

Foto Atlantic Council CC-BY-NC-ND 

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