WWF: bracconaggio e crimini ambientali fanno ricchi i terroristi di oggi

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Il bracconaggio è sempre esistito. Ma un tempo era realizzato su una scala ridotta, da cacciatori locali poco organizzati. I nuovi network internazionali, l’aumento delle situazioni di conflitto e lo scarso rischio di sanzioni ha nutrito a dismisura l’esercito dei nuovi bracconieri. Qualche esempio? In Africa si distinguono le cellule islamiste somale di Al Shabaab, i nigeriani di Boko Haram e i militanti cristiani della Lord Resistence Army. In Sudamerica è terreno dei narcotrafficanti, in Asia è ci pensano le minoranze separatiste. Insomma, i gruppi armati hanno trovato una nuova forma di sostentamento. A spese dell’ambiente.

Spesso le comunità locali sono utilizzate per le loro conoscenze sulla presenza, la distribuzione e le abitudini degli animali e obbligate con la forza ad aiutare i gruppi armati. Tra i soprusi più gettonati emergono il bracconaggio e la commercializzazione di specie selvatiche. Un fenomeno denunciato dal Wwf attraverso il suo report Natura connection del 2014.

Il saccheggio illegittimo di natura, si tratti di avorio, corna di rinoceronte, pelli di felini selvatici, banchi di pesce, lana o legni pregiati delle foreste tropicali, è un mercato in continua ascesa: tra i 70 e 213 miliardi di dollari l’anno. Il commercio dell’avorio ha raddoppiato il fatturato dal 2007 a oggi, mentre il prezzo del corno di rinoceronte ha raggiunto sul mercato nero la cifra di 66mila dollari al chilo: più dell’oro o del platino. Il declino o il rischio di estinzione aumenta vertiginosamente il valore di mercato, creando così un circolo vizioso a vantaggio delle organizzazioni criminali.

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«Questa è solo una facciata delle loro azioni. Quello che si compie in questi paesi è una vera e propria schiavizzazione delle popolazioni locali per compiere loro stesse azioni di bracconaggio, taglio illegale di legname e altre forme di depauperamento delle risorse», spiega Isabella Pratesi, responsabile Conservazione Internazionale del Wwf Italia. È il caso dello Zimbabwe nel 2013, dove alcuni locali furono assunti da un network di criminali per avvelenare le pozze d’acqua degli elefanti. Furono uccisi più di 100 elefanti.

Ma lo sfruttamento illegale delle foreste rende molto di più rispetto al commercio della fauna selvatica. Secondo l’ultimo rapporto Fao del 2010 l’Asia, con solo un quarto della superficie della foresta Amazzonica, è la regione più colpita con circa 1,5 milioni di ettari rimossi ogni anno dalle quattro isole principali dell’Indonesia: Sumatra, Kalimantan, Sulawesi e Irian Jaya.

In questo modo i paesi afflitti dalla criminalità ambientale sono sempre quelli con minore possibilità di sviluppo e crescita economica. E in questo scenario non è da sottovalutare anche la salute dei cittadini. Con il contrabbando di prodotti animali aumenta il rischio di diffusione di epidemie. Come in Gabon nel 2001, quando la cattura e l’uccisione di uno scimpanzé malato portò allo scoppio di un focolaio di ebola con la morte di decine di persone.

Il commercio illegale di specie selvatiche alimenta un mercato stimato fino a 23 miliardi di dollari l’anno. Se a questa cifra sommiamo anche i proventi della pesca e della deforestazione illegale, l’estrazione illecita di risorse minerarie, lo scarico di rifiuti tossici e tutti gli altri crimini ambientali si raggiunge facilmente la cifra di 213 miliardi di dollari all’anno.

E per cosa vengono usati i guadagni? Per acquistare armi e droghe, per nutrire sistemi corrotti e gruppi armati, per creare climi d’instabilità e soprusi di ogni genere.

(Agostina delli Compagni, via Wired.it)

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