Siamo forse alla morte della lingua italiana?

lingua italiana

La recente presa di posizioni dell’Accademia della Crusca in difesa della lingua italiana riaccende di nuovo i riflettori sull’iniziativa di alcuni atenei (in primo luogo il Politecnico di Milano) di far studiare per l’intero corso magistrale (cioè i due anni che vengono dopo i tre della laurea di base) le discipline curriculari in inglese. La decisione sarebbe motivata dalla necessità dell’internazionalizzazione e dall’esigenza di “attrarre” studenti e studiosi stranieri nelle nostre università, che invece sono scarsamente gettonate da chi vuole studiare all’estero.

La reazione italiana

Come al solito in Italia, le questioni che dovrebbero essere affrontate con pacatezza si trasformano in guerre di religione: da una parte chi ritiene sia necessario tale insegnamento, perché solo così l’Italia si libererebbe dal suo provincialismo, dall’altra chi invece teme la scomparsa della conoscenza della lingua italiana nella patria di Dante. Barricate dall’una e dall’altra parte. E come di consueto, ci si dimentica dei dati di fatto e i problemi di fondo non vengono affrontati, preferendo le fughe in avanti avveniristiche. In primo luogo, perché chi vuole utilizzare la propria laurea per lavorare all’estero, di solito si attrezza in proprio e certo non sarebbe sufficiente l’inglese approssimativo e abborracciato che può apprendere da un insegnante non di madre lingua. E poi perché gli studenti (e i docenti) non è che non vengono in Italia perché qui si studia in italiano, ma perché non ci sono servizi, alloggi, borse e insomma tutto quel po’ po’ di cose che uno trova normalmente appena varca il Brennero o l’oceano. Chi ha esperienza di contatti internazionali sa bene che gli studiosi stranieri verrebbero di corsa in Italia (resiste ancora il mito del “bel paese”, altrove più che da noi), se ci fossero le condizioni per fare ricerca scientifica e per vivere dignitosamente, venendo accolti in dipartimenti e laboratori efficienti e non fatiscenti. Un paese che costringe i propri giovani di talento ad andare all’estero per fare ricerca scientifica o anche per studiare, penso che abbia qualche problema strutturale di fondo nell’accogliere i ricercatori stranieri e gli studenti che vogliono venire in Italia a studiare e a fare ricerca. Non certo l’inglese.

La fine della lingua italiana?

E al solito è una fuga in avanti, perché di fronte a studenti che ormai hanno problemi di comprensione dell’italiano e che non riescono più a capire bene la prima pagina di un quotidiano (esistono ricerche che lo attestano), a che servirebbe l’inglese giocoforza “di base” insegnato da un docente italiano? A parte il paradosso di un italiano che parla e insegna ad un altro italiano in una lingua straniera (in quale altro paese al mondo accade?), di sicuro ciò porterebbe, nel migliore dei casi, a un impoverimento dei contenuti disciplinari della materia insegnata (specie in quelle umanistiche, dove la ricchezza del lessico e la costruzione della frase servono a rendere sfumature semantiche che altrimenti verrebbero perdute) e a far apprendere un inglese maccheronico, del tutto inutile all’estero. È anche fuga in avanti perché l’unico modo per ovviare a questo problema è quello adoperato in altri paesi (specie quelli la cui lingua è minoritaria e non come quella italiana, la quarta più studiata all’estero): un precoce bilinguismo sin dalla scuola dell’infanzia, che si affiancherebbe alla conoscenza dell’italiano, senza sostituirvisi. E se proprio si vuol far studiare l’inglese all’università, si cominci a pensare a moduli di insegnamento o intere materie affidati per contratto a docenti competenti nella disciplina e di madre lingua, cominciando al tempo stesso a preparare gli studenti sin dal primo ciclo triennale con almeno lo studio in inglese di qualche classico testo di base, per gli argomenti che più lo consentono (ad es. leggere Dewey in inglese, piuttosto che in italiano, e così via).

Fretta e tagli nemici dell’istruzione

Ma per far ciò sono necessari tempo, pazienza, programmazione e investimenti economici: proprio tutto ciò di cui oggi manca l’Italia, ormai dedita ai tagli nell’istruzione, alla fretta, agli annunci e alle mirabolanti iniziative. Come quella di un intero corso di laurea in inglese, che fa parlare di sé e accende i riflettori sui protagonisti di questa bella pensata, che così hanno il loro momento di gloria.

(Francesco Coniglione, via FuturoQuotidiano.com)

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