IMPRESSIONI. Come gli slovacchi vedevano l’Italia e gli italiani – L’angolo di Michaela

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Cari lettori, nell’articolo di oggi vi riporto la lista “TOP 10” delle primissime impressioni che gli slovacchi hanno avuto in Italia, nei primi anni novanta. Come nella lista precedente dei TOP 10 alla rovescia (articolo del 23 gennaio 2015) si tratta della raccolta di stranezze, cose buffe o situazioni inusuali che i miei connazionali ed io stessa abbiamo vissuto in Italia e poi condiviso: non mi rimane che ringraziare tutti quanti!

Mi permetto di fare un piccola premessa, viste le reazioni variopinte al mio articolo del 23 gennaio: tutto quanto riporto in questi due articoli non è e non intende essere una critica di un paese o l’altro. Tanto meno è la lista di “quanto non funziona/perché non visitare quel paese”. Al contrario: l’affetto che io personalmente sento verso la Slovacchia e verso l’Italia penso che si senta chiaramente in tutto quanto scrivo.

Con le mie liste di “TOP IMPRESSIONI” vorrei semplicemente fare una scherzosa e nostalgica rievocazione dei tempi che furono (immedesimandomiin chi queste esperienze le ha vissute), per quanti in quel periodo hanno dovuto o voluto affrontare l’avventura di vita in un paese straniero, vicino geograficamente ma tanto diverso nelle abitudini (e vale in entrambe le direzioni). La numerazione all’interno delle liste è del tutto casuale.

Mi viene in mente un film che in una maniera diversa ha voluto affrontare lo stesso tema, cioè il contrasto tra due modi di vivere, senza però varcare la frontiera di uno stato: “Il ragazzo di campagna” di Renato Pozzetto. Per chi in questo momento si mette in agitazione sostenendo che così voglio indicare Slovacchia come un paese (che fu) addormentato, vorrei semplicemente rispondere di sì, la Cecoslovacchia nei primi anni ‘90 era sottosviluppata, stava uscendo da una brutta ibernazione e le cose ritenute “normali” o “comuni” in Italia (o altri paesi dell’Ovest) nei paesi di ex blocco sovietico NON erano normali, NON erano comuni. Questo è un fatto che nessuno – tanto meno i gentili lettori che hanno dei ricordi personali di quell’epoca – può mettere in dubbio, ma nello stesso tempo non va considerata come una cosa brutta, di cui vergognarsi o cosa da nascondere. Tutto quanto fa parte della storia dovrebbe darci un insegnamento per migliorare noi stessi e il nostro paese, dovunque noi viviamo; qualsiasi esperienza negativa o strabica può e deve essere un input per lo sviluppo, per evitare che succeda di nuovo, come qualsiasi esperienza positiva può e deve essere una cosa da memorizzare e da applicare dov’è possibile.

E per ultimo: negli anni Novanta viaggiare all’estero non era un must come oggigiorno; oggi si viaggia per mete lontane non solo per lavoro, o per piacere, ma spesso solamente perché dalla società è ritenuto opportuno farlo, più lontano si va, più importanza si acquisisce, per taluni il viaggiare diventa uno stile di vita. Chi deve (o ha dovuto) spostarsi da un paese all’altro per lavoro, non sempre fa (faceva) parte della “società viaggiatrice”; per questo motivo non sempre disponeva di esperienze diverse da quelle che poteva acquisire nel proprio paese di provenienza (Artemio di Pozzetto poteva pensare che era Milano la città “diversa”, non sapendo che probabilmente in una qualsiasi grande città avrebbe dovuto affrontare le stesse difficoltà). In quei casi le impressioni che hanno colpito “l’immigrato” potrebbero essere una cosa insignificante o irrisoria per il lettore di oggi, ma, come dice un proverbio, per un neonato ogni barzelletta è nuova (pre novorodenca je každý vtip nový).

1/ La gesticolazione

Cosa distingue a una prima osservazione un italiano da uno slovacco? È la comunicazione non verbale, sulla penisola sviluppatasi in maniera veramente spettacolare. Letteralmente. La gesticolazione è proprio la primissima cosa che colpisce uno straniero qualsiasi che per esprimersi e per farsi capire usa esclusivamente la voce, o al di più la mimica facciale. E la gesticolazione è anche altamente contagiosa. Se una persona dal carattere serio, meditabondo e tranquillo venendo a vivere in Italia pensa di esserne immune, si sbaglia: l’italiano s’impara parlando, osservando, emulando, entra nel sangue dove poi circola alla stessa velocità dello slovacco, convive, s’aggrappa, s’intreccia, fino a esplodere in una gioiosa dimostrazione. Me ne resi conto quando mia madre mi disse: “A čože tak rozhadzuješ tými rukami, keď sa so mnou rozprávaš?” – “Come mai agiti così le mani, mentre parli con me?”.

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2/ Come si farà a dormire?

Come si farà a dormire bene in un letto dove al posto del piumone bello maneggevole (e destinato ad uso esclusivo di una persona sola!) ci si trova strozzati e con i piedi troncati dalle lenzuola e dalle coperte? Per di più, il lenzuolo è unico per la coppia: è ovvio che nel tiro della fune vincono i mariti, mentre le mogli rimangono con le spalle e le schiene scoperte! E le reti poi… sembra di dormire su una cosa vivente, molleggia e cigola. E ancora: la camera è immersa nel buio più assoluto, con gli scurini chiusi non si vede neanche la punta del naso. Come si fa a infilare le ciabatte, ad arrivare in bagno? Quanti ematomi hanno decorato le nostre gambe!

3/ Il paradiso per le massaie sempre di corsa

Dal macellaio puoi ordinare il vitello o il coniglio già bello arrotolato, riempito con quello che vuoi, condito, legato e persino con il rametto di rosmarino già infilato nella rete. Basta infornare! O la carne già macinata, condita e pressata in un medaglione, da mettere direttamente nella padella. E la pasta per la pizza già pronta? Non serve più impastare, attendere la lunga lievitazione… basta passare al panificio. O ancora meglio: passando in rosticceria si prende dall’antipasto al dolce tutto quanto occorre per una cena veloce.

4/ Fare la coda: che terrore!

Le code in Italia sono terrorizzanti per gli slovacchi: tutti si sorpassano, a volte non si capisce dove la coda finisce e se tenti di domandarlo, riceverai delle risposte contradditorie.

L’esperienza più negativa in assoluto? La coda in questura (in una grande città sede di provincia), per le pratiche legate al permesso di soggiorno, quando la Slovacchia non era ancora in UE. In realtà non si trattava di una coda: era un organismo vivente a cinquecento teste, la maggior parte delle quali apparteneva a uomini dai visi duri che ovviamente non comunicavano in italiano. Questa coda “a matassa” NON finiva da nessuna parte, era chiaro soltanto dove INIZIAVA. Per districarsi passavano tre, quattro o anche 5 ore. Se si era fortunati.

Dite che una coda in questura non fa fede? E la coda alla bancarella, per comprare la verdura? “A chi tocca?” – “A me, a me!” gridano le donne e se tu non gridi più forte di loro o non usi i gomiti (o ancora meglio, se non li sovrasti di una testa almeno), tornerai a casa senza la verdura.

5/ Io parlo l’italiano, e tu?

Gli slovacchi che arrivano in Italia con la convinzione di saper parlare italiano perché l’hanno imparato bene in Slovacchia, sono spesso desolati. “Se io parlo l’italiano, gli italiani cosa parlano?” La moltitudine di dialetti, di cui tantissimi proprio incomprensibili per uno straniero, possono scatenare una profonda depressione causata da poca fiducia nelle proprie capacità di apprendimento. Poi, vivendo in un posto lentamente s’impara il dialetto, e, forse, si disimpara l’italiano.

6/ LA LUCIDATRICE

I pavimenti di tutti i tipi, parquet, marmo, cotto, granito, linoleum… del tutto esenti (salvo forse alcuni alberghi e le fiere) i pavimenti coperti da parete a parete con moquette, come invece d’abitudine nella maggior parte dei condomini socialisti slovacchi. Così, al posto di aspirapolvere, si scopre il mostro in agguato: LA LUCIDATRICE. Le spazzole dure per la cera, le spazzole in feltro per la lucidatura, bottone di accensione, il cavo alimentatore, tutto chiaro, tutto innocuo, ma, ahimè, nessuno avverte che LA LUCIDATRICE non è una macchina bensì un essere vivente! È animata, ha una vita tutta sua, delle idee tutte sue su cosa fare, dove andare; chi la dovrebbe utilizzare si trova “utilizzato”. Come in un cartone (kreslený film) il personaggio (l’uomo) si trova trascinato, trasportato, svolazzante e ondeggiante, sbattuto a destra e a sinistra, tutto nel ritmo senza ritmo del ballo pazzo che scatena il mostro (LA LUCIDATRICE) non appena viene accesa. Vince solo chi a quel punto si mette a ridere! È l‘unica cosa che LA LUCIDATRICE teme davvero, la derisione. E dopo la prima volta diventate amici.

7/ Le pattine

Non si può parlare di (quel mostro di) lucidatrice e non agganciare la descrizione delle pattine. Da punto in bianco, entrando in questa casa nuova, mi invitano ad utilizzare le pattine, per spostarsi nell’appartamento. Una piccola spiegazione per chi non ha avuto quest’esperienza: le pattine, quelle all’antica, sono dei pezzi rettangolari di stoffa morbida (nella versione più sviluppata anche con dei passanti) che non si indossano come ciabatte, ma si mettono sotto i piedi (un pezzo di stoffa per ogni piede) e poi si scivola, un po‘ come quando si fa lo sci di fondo. Gli scopi sono due: non si sporca/graffia il pavimento già tirato a lucido con la cera (per chi non avesse a casa un pavimento di pietra: se questo non viene trattato, si opacizza e s‘imbruttisce velocemente) e nello stesso tempo si procede con una continua e sistematica lucidatura. In alcune case le pattine vengono imposte solo agli ospiti, perché le loro calzature potrebbero sciupare tutto il lavoro fatto sul pavimento. In altre case le pattine sono riservate alle stanze più importanti, come il salotto.

Se pur non si tratta di una cosa italiana bensì slovacca, in questo contesto non posso non ricordare šuchtačkyšuchty, che altro non erano che dei sacchetti di tessuto chiusi con un elastico che s’infilavano sopra le calzature, in Slovacchia. Una volta si trovavano all’entrata degli ospedali (o anche in altri posti) dove tutti quanti entravano ne prendevano due (cercando di appaiare i colori), li infilavano, e all’uscita li toglievano e li buttavano nelle apposite ceste. I šuchtačky poi venivano lavati e disinfettati, pronti per nuovi visitatori. Vi assicuro che di sporcizia o polvere nell’ospedale se ne portava davvero poca! Probabilmente alcune strutture li usano tutt’oggi.

8/ Freddo, tanto freddo!

L’immagine che dell’Italia hanno i centro-europei, per quanto riguarda il clima, è del tutto idilliaca: l’Italia è il paese del sole, e sole sia! Nessuno pensa che si possa andare a finire di abitare anche in alta montagna (=montagna più montagna di quanto sia possibile sperimentare in Slovacchia), oppure che al mare ci si possa soffrire il freddo (basta trovare una giornata tersa con un vento impossibile a Genova, oppure un bell’assaggio di bora a Trieste). Come se non bastasse, le case sono spesso tenute a una temperatura molto più bassa di quanto è d’abitudine in Slovacchia. Quando devi disegnare per dieci ore al giorno, o scrivere, o tradurre? Le coperte di lana (quella vera, non acrilico!), biancheria di lana (figuriamoci che in un paese come la Slovacchia che ha temperature medie molto inferiori a quelle dell’Italia, la biancheria di lana era del tutto sconosciuta), calzini di lana, una stufetta ai piedi, un gatto in grembo, e via! Se ti vede un italiano, si mette a ridere e dice: “Ma voi slovacchi siete tutti così freddolosi?”

9/ Un mostriciattolo? No, grazie!

Non volevo parlare del cibo, perché un tema così “gustoso” merita uno spazio tutto per sé. Non posso però non dire una cosa che trovo carina e nello stesso tempo caratteristica per gli slovacchi, perché indica chiaramente la loro diffidenza verso lo sconosciuto, il nuovo. Se il termine “frutti di mare” viene dai ristoranti correttamente (e letteralmente) tradotto come plody mora, gli slovacchi nella loro lingua quotidiana hanno dato ai frutti di mare un nome del tutto diverso che però pare loro più azzeccato: morské príšerky, ossia “i mostriciattoli marini”. Un antipasto di frutti di mare comprende troppe gambe, troppe forme sinistre e troppi sapori esotici, per poter essere descritto con un nome diverso. E non tutti osano affrontare una tale impresa piena di…scogli!

10/ Che meraviglia!

Migliaia di città, paesini, borghi italiani sono pieni di arte, esposta ai quattro venti, che gli italiani passando non recepiscono più: il loro occhio è talmente abituato alla beltà (forse sazio) che la ritiene del tutto normale. Mentre per noi stranieri ogni casa, ogni angolo, ogni vicolo, fregio, portone, fontana, scala, è una scoperta stupenda.

Le città in Slovacchia – per la maggior parte – sono state bombardate e dopo la guerra ricostruite, ahimè, con i gusti dell’epoca. Forse più che “ricostruite” sarebbe da usare la parola “edificate”, onore a eccezioni. Di luoghi dove si respira l’antichità ne sono rimasti pochi e vengono considerati dei veri gioielli.

Ho scoperto con mia enorme sorpresa che alcuni borghi medioevali in Italia (ad esempio Barga in Toscana) sono stati praticamente rasi al suolo: oggi non si direbbe. Gli abitanti hanno ricostruito le case e tutti i palazzi pietra su pietra, muro per muro, tanto che oggi vi è facile immaginare i cavalieri e le dame che passeggiano nei vicoli…tanto di cappello!

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Quello che posso costatare con assoluta certezza, dopo la conclusione delle mie ricerche per questi due articoli sulle impressioni, è che tra gli italiani e gli slovacchi esiste un profondo e sincero sentimento di rispetto. Nel segno di questo rispetto, continuiamo a scambiarsi le esperienze e a imparare gli uni dagli altri.

(Michaela Sebokova Vannini – vedi il suo sito Cucinare Scrivendo)

Foto Stijn Nieuwendijk CC-BY-NC-NDMarko Anastasov CC-BY-NC-SA, roolrool CC-BY

3 comments to IMPRESSIONI. Come gli slovacchi vedevano l’Italia e gli italiani – L’angolo di Michaela

  • Bellissimo articolo, mi ha fatto molto sorridere, soprattutto il punto 2.

    Quando sono arrivata in Slovacchia anch’io mi sono posta la domanda “come si farà a dormire?” perché da italiana non ero abituata a dormire con tutta quella luce e con quelle coperte che, essendo troppo corte per essere incastrate, mi lasciavano costantemente i piedi scoperti, ma dopo un po’ di allenamento ho imparato 🙂

    Vorrei anche rincuorare te e tutti gli slovacchi sul punto 5: anche per gli italiani spostarsi da una regione all’altra dell’Italia a volte causa non pochi problemi di comprensione a causa della ricchissima varietà dei dialetti.

  • Michaela Sebokova

    Gentile Emanuela,
    grazie per aver condiviso con noi le tue esperienze. E anche di aver colto lo spirito scherzoso che intendevo trasmettere con questi due articoli.
    Abbiamo già riso insieme sulle nostre esperienze “strane” accumulate nei rispettivi paesi, e spero che continueremo a farlo in futuro. Sono convinta che solo cambiando ogni tanto il nostro angolo di vista (=mettendoci nei panni di “quell’altro”) riusciremo a capire meglio il mondo e le esigenze di chi ci abita insieme a noi.
    Michaela

  • Maria Mezzatesta

    Io ho conosciuto la Slovacchia solo ora nel 2015 in quanto mia figlia studia a Bratislava. e’ ancora presto per farmi un’idea del paese ma ho un’impressione molto positiva..vedo che in molti locali ci sono giornali e libri..questo è piacevole per me che amo scrivere e leggere, credo che amino molto anche la musica..che adoro, appresto, Maria Mezzatesta

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