Società: Come il Web cambia la grammatica

linguaggio-grammatica_(BS)

Se studi psicologia sociale, ti può capitare di imbatterti in questo argomento se affronti le ormai numerosissime analisi conversazionali del web, ovvero il linguaggio utilizzato dagli internauti.

Tutto parte da un interessante e gustoso articolo di Ben Crair apparso su The New Republic, sulla cui tesi è possibile fare un ragionamento interessante, e riguarda l’uso del punto nel weblinguaggio. La tesi di Crair risulterà familiare a molti: mettere un punto alla fine di una frase in chat, su Skype o in una conversazione via SMS sta cominciando ad assumere un significato diverso, che supera quello attribuitogli dalla grammatica.

Secondo lo studioso, il punto sta diventando un simbolo di aggressività, di nettezza, di freddezza e distacco. «Nelle mie conversazioni online la gente non lo utilizza semplicemente per chiudere una frase, ma per segnalare una cosa del tipo «non sono contento di come si stia mettendo la conversazione». Provate ad occhi chiusi a ri-simulare le vostre conversazioni su whatsapp o Skype e probabilmente concorderete con Crair.

Questo ci dice come si evolve la grammatica e con essa anche la semantica, cioè le aree di senso di ciò che si scrive. In molti, infatti, hanno rinunciato al semplice punto esclamativo (io no in questo caso) per rafforzare una frase, concordare con un’idea o proposta, ordinare qualcosa a qualcuno, preferendo utilizzare il semplice punto che, ahimè, non assolve alla funzione. Un peccato – visto da un certo punto di vista – aver rinunciato alle possibili alternative della punteggiatura.

Tuttavia la provocazione di Crair induce al dibattito sulla  grammatica smart dei nostri utenti, sopratutto  studenti. I nuovi media hanno imposto un nuovo gergo che coniuga il parlare allo scrivere e viceversa: «cliccare», «scrollare», «nickname», «rippare» così come «zippare», «account» e «cybernauta». E queste sono alcune.

Lo scriveva già una ricerca sull’impatto dell’uso di Internet sul linguaggio degli adolescenti (2011) e sempre sulla questione rimandiamo ad un saggio – l’italiano del web (Carocci) – interessante, perché tutto si lega al concetto di “immediatezza”, di rapidità del flusso delle notizie e degli eventi.

La velocità impressionante di condivisione dei fatti non permette alla scrittura di farsi mediazione dei pensieri, un momento nel quale le idee si lavorano attraverso le parole, gli aggettivi più efficaci, i verbi coniugati al meglio. Si passa dal verbale allo scritto con così poco tempo che la nostra grammatica del web se ne frega delle regole, anche le più basiche, con risultanti esilaranti e deprimenti allo stesso tempo. Il dibattito fra i linguisti è apertissimo e non in molti pensano che il nostro amato italiano sia destinato a “webbizzarsi”. Brutto verbo –  mi direte – ma siamo proprio lì lì…

(Giuseppe Trapani, via it.OpinionsPost.com)

Immagine: BS

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