Antiterrorismo: i limiti della lotta al Terrore

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A caldo, molto è stato detto e scritto sugli avvenimenti che hanno scosso la Francia nelle ultime due settimane. Numerose le manifestazioni contro gli attentatori e a supporto di una assoluta libertà di espressione e di stampa, diritto fondamentale di ogni ordinamento democratico. Tempestivi i messaggi di solidarietà da parte dei Paesi arabi-musulmani chiamati in causa dalla riconducibilità dell’attentato a manifestazioni islamiste di tipo più radicale. Altrettanto numerose le contro-manifestazioni musulmane favorevoli  ad una rappresentazione canonica dell’Islam e del Profeta.

Lontano dalla forte risonanza mediatica di tutti questi avvenimenti e delle ultime dirette conseguenze, quali le maxi-operazioni antiterrorismo in Francia, Belgio e Germania, una riflessione più accurata lascia intendere un dato molto importante: per quanto si possa lottare, cooperare o cercare di prevenire fenomeni terroristici, quest’ultimi, almeno nella metamorfosi compiuta negli ultimi anni, rimarranno sempre imprevedibili e poco neutralizzabili. Tre almeno le ragioni di questa più che parziale inefficacia di un’azione counterterrorism, anche nell’ottica di una futura regolamentazione e perseguibilità a livello europeo.

L’inefficacia dell’antiterrorismo

In primis, lo stesso termine terrorismo, che lo si intenda da un punto di vista legale o sociologico, rimane labile, privo di un’univoca e precisa identificazione e dunque altrettanto difficile da punire nelle sue diverse fattispecie, se non ex-post, a completa espletazione delle sue conseguenze.

Secondo, la pratica sempre più consueta di singoli individui o gruppi numericamente ridotti pronti a lanciarsi contro bersagli a bassa rilevanza strategica – ma non altrettanto bassa risonanza mediatica – sottolinea l’assoluta impossibilità di sorvegliare tutti gli obiettivi, governativi e non. È indiscutibile quanto gli odierni avvenimenti di Parigi, come quelli precedenti di Londra nel 2013 e Bruxelles nel 2014, abbiano messo in evidenza l’impossibilità di un mondo controllato completamente e la concreta possibilità per ognuno di essere  autore o vittima di un attacco terroristico.

In ultimo, il carattere interno del nuovo terrorismo rende ancora più difficile una tracciabilità del fenomeno o la possibilità di identificare o seguire le risorse economiche alla base di un attacco o, per via di internet, la sua matrice ideologica. Gli ultimi attacchi di matrice islamista hanno dimostrato quanto tali individui fossero figli di immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti nei Paesi oggetto degli attacchi e addestratisi e indottrinatesi sul web o con piccolo soggiorni all’estero.

Antiterrosismo: le azioni da intraprendere a livello UE

Quanto detto finora non deve comunque rappresentare un’attenuante per lassismo e imperizia nel tentativo di prevenire episodi di questo genere; tanto meno una motivazione per intensificare drasticamente i controlli sul tessuto sociale o comunità sovrastanti un gruppo terroristico, ingigantendone in tal modo la spirale di malcontento e il bacino di reclutamento. Misure contingenti, soprattutto a livello di Unione, devono essere comunque mantenute e attentamente bilanciate. Lo screening dei foreign fighters, l’analisi dei link terrorismo-crimine organizzato, quest’ultimo coinvolto nella logistica e fornitura di armi, e il contrasto alla diffusione mediatica dei materiali propagandistici, Inspire e Daqib in primis (riviste di Al-Qaeda e ISIS), rimangono le basi di una best practice a livello nazionale e non.

Nel lungo periodo invece, sembrerebbe necessaria una maggiore coerenza nella gestione degli aiuti destinati a contrastare la narrativa e l’ideologia alla base del reclutamento delle maggiori cellule terroristiche, in questo caso di matrice islamista-radicale. Una contro-narrativa reale e veritiera promossa da musulmani credenti nei valori pacifici dell’Islam e in una società democratica e secolare dovrebbe essere incentivata, anche finanziariamente, in e al di fuori dell’Europa.

Il caso Charlie Hebdo e quelli degli ultimi dieci anni presentano nella loro tragicità un aspetto paradossalmente positivo, in gran parte merito degli sforzi comuni europei, di intelligence e internazionali nel contrastare in Occidente azioni terroristiche su larga scala: 11 settembre, Madrid 2004 e Londra 2005 rimarranno avvenimenti sempre meno probabili in quanto necessitanti di una pianificazione, organizzazione e coordinamento umanamente ed economicamente non più sostenibile, o più facilmente individuabili dai Paesi occidentali.

(Giuseppe Lettieri, via RivistaEuropae.eu)

Foto Day Donaldson CC-BY

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