Attacco a Parigi: i paradossi della solidarietà

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Mentre la Francia cerca faticosamente di tornare alla normalità perduta, la sfilata dei leader mondiali accorsi per partecipare alla grande marcia repubblicana di domenica scorsa, sta diventando sempre più un caso internazionale.

Quando il pullman nero ha aperto le porte per “scaricare” le delegazioni che da lì a poco avrebbero dato vita al grande abbraccio in memoria delle vittime delle stragi di Parigi, un velo di stupore e di imbarazzo è sceso sui volti di cittadini e commentatori internazionali. Intanto per le assenze. Alla parata di presidenti e capi di stato mancavano i due leader più potenti del pianeta: Barak Obama e Vladimir Putin.

Ma se l’assenza del presidente russo era preventivabile, viste le tensioni che da mesi contraddistinguono i rapporti tra Francia e Russia a causa della crisi ucraina, la defezione del presidente statunitense ha il sapore di uno sgarbo al limite del tollerabile. Un errore riconosciuto dallo stesso Obama che, attraverso il portavoce della Casa Bianca, ha parlato di scelta sbagliata, dovuta alla difficoltà di applicare i protocolli di sicurezza che avrebbero sconvolto ancor di più l’ordine pubblico di una città sull’orlo di una crisi di nervi.

A parziale risarcimento per il marchiano errore, Washington ha annunciato a breve una visita nella capitale francese del segretario di stato John Kerry, anche lui inspiegabilmente assente alla marcia repubblicana.

Altro clamoroso retroscena emerso dagli accadimenti di domenica scorsa riguarda l’adesione alla sfilata del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Nei convulsi momenti seguiti alle stragi nella redazione di Charlie Hebdo e nel supermercato ebraico, l’Eliseo aveva contattato il governo di Tel Aviv chiedendogli di non strumentalizzare le drammatiche vicende, evitando di portare il conflitto mediorientale nelle strade di Parigi. Appello inizialmente accolto da Netanyahu, che però in un secondo momento non solo ha deciso di sfilare con gli altri leader, ma anche di partecipare alla commemorazione funebre alla sinagoga della capitale francese, invitando gli ebrei a trasferirsi in Israele, secondo lui unica entità statuale in grado di tutelare la sicurezza dei propri cittadini.

Infine c’è la questione dei leader venuti a dare la loro solidarietà alle vittime francesi dell’intolleranza ma intolleranti nei loro paesi contro avversari politici e giornalisti. È il caso del primo ministro turco Davutoglu, paese dove al momento sono detenuti oltre 50 giornalisti. Oppure il caso dei presidenti africani di Gabon e Benin Ali Bongo e Thomas Boni Yayi, accusati di violare i diritti umani dei propri cittadini. E poi c’è il caso del premier ungherese Victor Orban, responsabile di prese di posizione xenofobe nei confronti delle minoranze e di censurare l’informazione non allineata.

Chissà cosa avrebbero pensato e disegnato di loro i redattori di Charlie Hebdo, uccisi dai fratelli Kouachi, sicuramente avrebbero riso per questa commedia tragicomica messa in scena per le strade della loro amata Parigi in una domenica di gennaio.

(Diego Grazioli, via www.italiani.net)

Foto Maya-Anaïs Yataghène CC-BY-2.0

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