Foreign Fighters: chi sono i terroristi di Parigi

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Dopo i fatti di Parigi sono sorte lunghe e spesso inesatte discussioni sui Foreign Terrorist Fighters (FTFs). I media, soprattutto quelli italiani, confondono gli FTFs, individuandoli come tutti quei cittadini occidentali che si uniscono alla jihad in generale. Evitando precisazioni sul concetto di jihad, spesso utilizzato senza cognizione di causa, è doveroso inquadrare meglio il fenomeno degli FTF, sia in termini quantitativi che qualitativi.

Innanzitutto, il concetto di FTFs nasce per identificare tutti i cittadini provenienti da Paesi stranieri – e non solo europei o occidentali – che decidono di unirsi alle varie milizie musulmane – moderate e non – che combattono contro il Presidente Assad nella guerra civile siriana. Ferma restando la difficoltà di differenziare le organizzazioni moderate da quelle estremiste, un FTF può arruolarsi in organizzazioni che concretamente assumono le sembianze più differenti: il Free Syrian Army, cioè l’unico movimento ufficialmente sostenuto dai Paesi occidentali, i movimenti riconducibili ad Al-Qaeda, come il Fronte Al-Nusra, l’auto-proclamatisi Stato Islamico (l’ISIS) oppure una miriade di organizzazioni – più o meno piccole – come l’Islamic Front, Ansar Al-islam o l’Ajnad al-Sham Islamic Union. Tuttavia, i FTFs, secondo le stime – quantomeno quelle rese pubbliche – tendono ad arruolarsi principalmente con ISIS e con il Fronte Al-Nusra.

In termini numerici, secondo le ultime stime, che ormai risalgono ad ottobre 2014, elaborate dalla CIA e dal Soufan Group, si parla di circa 15.000 combattenti provenienti da oltre 80 Paesi. Come già detto in precedenza, una rilevante fetta di questi miliziani ha cittadinanza in Paesi europei (più di 2000), ma anche da Stati Uniti, Canada, Russia, Asia centrale e ovviamente da moltissimi Paesi del Medio Oriente. È quindi un fenomeno variegato e molto complesso che, se non ben delineato nelle sue caratteristiche principali, porta a confusione e soprattutto all’adozione di politiche sbagliate e controproducenti.

Per esempio, i responsabili degli attentati di Parigi – identificati frettolosamente come FTFs – non sono tecnicamente etichettabili come tali. Non c’è evidenza che abbiano combattuto in Siria e ci sono informazioni molto confuse sulla possibilità che abbiano ricevuto un addestramento da un’organizzazione terroristica. Inoltre, la relazione tra ISIS (la cui bandiera è stata sfoggiata nel video di Charlie Coulibaly, cioè l’attentatore del supermercato di Parigi) e le organizzazioni affiliate ad Al-Qaeda, come per esempio Al-Qaeda in Yemen (AQAP) dove – secondo i media – sarebbe stato addestrato uno dei due fratelli autori dell’attentato contro Charlie Hebdo, non è caratterizzata da un rapporto definibile come cooperativo, anzi.

Questo per una semplicissima ragione: ISIS sta concretamente minacciando la leadership di Al-Qaeda all’interno del mondo musulmano estremista. Eppure, nelle note telefonate con il giornalista francese, gli attentatori sembrano confermare un apparente coordinamento tra i due attentati e quindi, a valle, tra le due organizzazioni di origine. È quindi chiaro che le biografie degli attentatori non siano così scolpite nella pietra come è stato descritto, e come spesso accade, sarebbe stato necessario utilizzare una maggior cautela nell’usare certe etichette o generalizzazioni.

I fatti di Parigi sono vergognosi, ma per colpire la radice del problema non bastano le informazioni a disposizione attualmente: sfortunatamente per il mondo politico e parte di quello giornalistico – alla ricerca di soluzioni facili ed immediatamente adottabili – la realtà della politica estera è difficilmente caratterizzata da bianco e nero, ma da una infinita scala di grigi.

(Gianluca Farsetti, via RivistaEuropae.eu)

Foto Day Donaldson CC-BY

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