Che sapore ha il riscaldamento globale? I rischi per l’alimentazione nel mondo

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Che sapore ha il riscaldamento globale? Questa è la domanda che dobbiamo iniziare a porci. Sì, perché la temperatura che sale, alluvioni, bombe d’acqua e tormente non sono più da considerarsi anomalie, ma regole. E non possiamo ignorare le conseguenze sul sistema alimentare. Ci saranno colture che non sarà più possibile praticare e altre che si sposteranno. A dirlo è David Lobell, direttore del Center on Food Security and the Environment at Stanford University (Centro per la sicurezza alimentare dell’Università di Standford): «L’agricoltura è molto sensibile al clima, e gli effetti sono già evidenti. Se non è la fine del mondo è abbastanza per iniziare a pensarci (e magari occuparcene)».

Il fattore determinante è l’aumento della Co2: «Dal momento che per la fotosintesi clorofilliana l’anidride carbonica è fondamentale, in molti hanno sostenuto che l’aumento non possa che giovare all’agricoltura. Ma si raggiunge un punto oltre il quale la Co2 non aiuta. Inoltre altri fattori – come la scarsità d’acqua o le oscillazioni vertiginose della temperatura – vanificano i benefici dell’aumento dell’anidride carbonica».

Lobell ha già notato gli effetti del cambiamento climatico su alcune colture. «I dati del rendimento di frumento e mais hanno registrato cali significativi, così come anche la frutta. Gli alberi da frutto richiedono infatti momenti di freddo per una produzione ottimale. Se non vivono alcune giornate invernali la produzione cala e gli effetti si sentono sui prezzi».

Quindi ecco la lista dei cibi che vi dovete sbaffare prima che spariscano.

Mais e gli animali che mangiano mais

Siccità e riscaldamento globale non sono proprio belle notizie per il mais: l’aumento della temperatura di appena un grado centigrado causa un rallentamento della crescita del cereale del 7%. Gli effetti sui prezzi dei mangimi (e della carne) sono immaginabili. Quelle di Lobell non sono solo speculazioni e ci sono studi che sostengono le sue tesi (leggi qui)

Caffè

Estimatori godetevi le vostre ultime tazzine. Innalzamento della temperatura e cambiamenti nel clima tropicale hanno favorito il proliferare della “ruggine del caffe” un fungo infestante che ne sta mettendo davvero a rischio la produzione Se questo non fosse sufficiente, una bella siccità che ha colpito il Brasile la scorsa primavera ha reso ancora meno ricco il raccolto. Alcuni analisti sostengono che se questa tenenza continua, la produzione latinoamericana potrebbe trasferirsi in Asia. Ma anche le produzioni africane non sono messe meglio: si calcola che con l’aumento della temperatura l’estensione delle regioni in cui sarà possibile coltivare le bacche potrebbe diminuire dal 65% al 100%.

Cioccolato

Questa è la vera tragedia. Non è che sparirà del tutto ma sarà decisamente più costoso averne una barretta. Scherzi a parte, se caffè e cioccolato non sono indispensabili per l’alimentazione umana (consideriamo però le migliaia di contadini che lavorano la terra e che vedono precipitare salari già miserrimi) sono due frutti che più di altri rendono evidenti gli effetti dell’inquinamento climatico che imperterriti produciamo.

Frutti di mare

Cresce la quantità di anidride carbonica nelle acque, cresce il grado di acidità degli oceani, si indeboliscono i gusci delle giovani ostriche. Di quanto è aumentato il grado di acidità? Del 25% dalla rivoluzione industriale. Che cosa comporta? Molti pesci non si adattano facilmente a questo cambiamento e migrano verso Nord alla ricerca di habitat più freschi. Questa migrazione causa altri problemi, per esempio le aragoste mangiano tutto quello che si trovano a portata di chela mettendo a rischio gli habitat nativi di una miriade di altre specie.

Sciroppo d’acero

Forse non appartiene proprio alla nostra colazione tipo, ma insomma tra le specie sotto grave stress ci sono anche gli aceri da zucchero che patiscono la mancanza di gelate.

Fagioli

Altra specie sensibilissima al cambiamento delle temperature: le rese possono diminuire fino al 25%. E ragazzi, i fagioli sono l’alimento più consumato dalla maggior parte della popolazione in America Latina e in alcune zone dell’Africa. In soldoni, chi già ne ha poco, ne avrà sempre meno.

Ciliegie

Anche queste delizie hanno bisogno di periodi freddi per crescere. O meglio, se le notti fresche scarseggiano la fioritura potrebbe essere tardiva e quindi l’albero produrre meno frutti.

Vino

Sì, la viticoltura soffre parecchio il cambiamento climatico. Uno degli effetti è l’aumento di gradazione. Ma lo shock termico può anche alterare gravemente il sapore. L’area più colpita pare essere l’Australia: entro il 2050 il 75% della terra potrebbe diventare inadatta alla coltivazione della vite. Segue la California con il 70%.

Che cosa possiamo farci?

Proviamo a far politica con la forchetta, a ponderare i nostri acquisti, a scegliere cibi amici di cibo e ambiente. Qualche suggerimento lo trovate nella guide Slowfood per un consumo consapevole a questo link.

(Michela Marchi da Slowfood.it, via Unimondo .org)

Immagine: elabor. BS

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